La mia esperienza alla Festa dei Popoli

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Una festa condivisa, un patrimonio di riflessioni

Lo scorso 17 maggio ho partecipato, con alcuni compagni, alla Festa dei Popoli, organizzata dalla Parrocchia di Mogliano. Non era la prima volta! E’ stato molto piacevole tornare a distanza di un anno e dare il mio contributo attivo con il servizio. 

Per me è stato molto significativo e arricchente ritrovare le persone che avevo già incontrato l’anno prima e di cui avevo conosciuto la storia, grazie alle domande che avevo fatto loro come giornalista inviata speciale del giornalino studentesco “La nuova Bertuccia”: in particolare Julie Messago, mediatrice culturale, che l’anno scorso aveva riflettuto sulla letteratura come “ponte di cultura tra i popoli” e quest’anno ha condiviso il suo concetto di “Abbraccio culturale”, che sceglie le treccine ai capelli come mezzo per avvicinare e unire le persone, soprattutto i bambini. 

Noi giovani del liceo Berto siamo stati coinvolti in vari ambiti: dall’accoglienza iniziale di tutte quelle persone della nostra comunità locale, che hanno scelto di trascorrere una domenica insieme, condividendo qualche piatto preparato a casa e qualche chiacchiera; al servizio ai tavoli durante il pranzo comunitario; alle partite di calcio fatte con bambini e ragazzi; alle letture condivise e alla presentazione del progetto “Storie di vita” dei ragazzi di prima linguistico, che hanno dedicato un percorso in aula agli autori – poeti, scrittori, artisti – provenienti da varie parti del mondo e hanno realizzato dei cartelloni che sono stati esposti nella sala comune. Alcune studentesse si sono anche impegnate nella realizzazione di una canzone nella LIS, la Lingua dei Segni.

Partecipare ad eventi di questo tipo non è solo un’occasione di svago, festa e condivisione, ma un’esperienza che mi fa sempre riflettere. Le testimonianze sono infatti essenziali perché troppo spesso ci sembra quasi che gli eventi che accadono in luoghi lontani del mondo non siano reali né ci riguardino. Dialogare con persone che portano con sé vissuti decisamente complessi mi ha insegnato che i diritti umani non sono solo concetti puramente astratti scritti sui libri, ma necessità concrete che emergono dai racconti personali. Ho capito che qualsiasi confronto umano inizia con l’ascolto attivo: saper accogliere la narrazione dell’altro senza pregiudizi, offrendo però soluzioni concrete al posto di vuote promesse. 

Questa esperienza ha avuto per me anche valore orientativo, consolidando la mia ambizione personale di intraprendere studi legati alle scienze politiche, ai diritti umani (soprattutto i diritti delle donne) e alle relazioni internazionali. Mi interessa esplorare come le istituzioni possano proteggere e valorizzare la diversità e trasformare la multiculturalità in una risorsa, in un motore che spinga il progresso del Paese e sostenga l’ampliamento della nostra cultura. 

Oltretutto, osservando le dinamiche della giornata, ho compreso quanto le donne costituiscano il vero pilastro della nostra società, della solidarietà comune e dei processi di integrazione. Loro sono state le mediatrici culturali silenziose: hanno organizzato gli spazi, curato la convivialità attraverso il cibo, le attività e le danze e garantito l’armonia e la coesione tra le famiglie. Ho capito che la solidarietà comunitaria in Italia (e non solo) poggia ancora in gran parte su questo lavoro di cura femminile, che spesso rimane invisibile e non viene riconosciuto ufficialmente, ma che è essenziale per mantenere i diritti umani e la pace sociale. 

Aurora D’A. di 3AL del liceo linguistico “G. Berto” di Mogliano

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