La musica nel cinema

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A breathtaking sunset over a mountainous scenery at the canyon

Un secolo di Musica nella Fantascienza e di Fantascienza nella Musica

A Niccolò E. Maddalon, che in tempi remoti mi prestò il VHS di Fuga da New York e quella vecchia raccolta degli Iron Maiden…!

Premessa. La musica arriva dove le parole non possono, disse Ludwig van Beethoven.

La musica, è stato detto in tempi più recenti, è qualcosa di «metafisico per sua stessa natura», come sottolineava Franco Battiato, ed è «il codice principale dell’Universo», secondo Vangelis.

E in effetti il potere della sette note, nelle sue svariate forme, sembra davvero superare i limiti del tempo e dello spazio anche considerando quanto è profondo il suo legame con la fantascienza, soprattutto nel suo versante cinematografico.

Ma la storia dell’incontro (ravvicinato, è il caso di dirlo…) tra musica e science-fiction, se risale già ai primordi della Settima Arte, diviene particolarmente ricca e complessa a partire almeno dagli anni Sessanta del secolo scorso, per ovvi motivi: se la musica rimane un elemento di corredo, spesso importantissimo, a film di fantascienza sempre più notevoli e geniali (si pensi ovviamente a 2001 – Odissea nello spazio), è lo stesso genere fantascientifico a offrire infiniti spunti di ispirazione alla musica contemporanea, dal rock all’elettronica, fino ai territori più sperimentali.

In questo modo, come tenteremo di riassumere in questo articolo (pubblicato precedentemente sul numero 33 di Dimensione Cosmica, e qui riveduto e ampliato grazie al vasto spazio digitale che ci offre la Salamandra) esaminando alcuni tra i casi più noti e importanti, il rapporto tra fantascienza e musica si è fatto, nel corso degli ultimi cent’anni, sempre più profondo, intricato e sfaccettato.

Da Méliès alla “golden age”. Grandi orchestre e suoni spaziali

Se il cinema di fantascienza (anzi, il cinema stesso) nasce con il fondamentale Voyage dans la Lune di Georges Méliès del 1902, è singolare il fatto che il famosissimo cortometraggio ispirato a Jules Verne non avesse una colonna sonora. O meglio, in linea con le tecniche dell’epoca, il sottofondo musicale di un film veniva aggiunto al momento della proiezione, con tutte le varianti del caso, da qualche musicista o orchestra appositamente presente in sala. Avvenne proprio così anche alla prima di Voyage dans la Lune, proiettato alla Olympia Music Hall di Parigi quello stesso anno.

In realtà Méliès, da vero pioniere del cinema, si interessava personalmente delle musiche di accompagnamento delle sue opere, e scelse per il film alcuni brani orchestrali originali (dei quali è sopravvissuto ben poco, a parte una colonna sonora composta dal musicista britannico Ezra Read per la proiezione di Voyage… in Inghilterra, nel 1903). Un quarto di secolo più tardi, la fantascienza trova il suo nuovo capolavoro filmico in Metropolis di Fritz Lang, del 1927 (lo stesso anno che vede l’uscita del primo film sonoro, The jazz singer con Al Jolson). La colonna sonora del film fu affidata al compositore Gottfried Huppertz, amante delle opere di Wagner e Richard Strauss. Anch’essa eseguita in sala al momento della proiezione, andò praticamente perduta fino ad essere ricostruita e registrata solo nel 2001.

Negli anni Trenta comincia la cosiddetta “golden age”, l’“età d’oro” della fantascienza, il cui apice sarà raggiunto, nel corso del ventennio seguente, con il sottogenere della space opera (o epica spaziale) e con la fantascienza di ispirazione umanistica e sociologica, grazie all’opera di scrittori quali Ray Bradbury, Isaac Asimov, A. E. Van Vogt, Fritz Leiber, Poul Anderson, Abraham Merritt, Philip K. Dick, Frank Herbert e molti altri ancora. Per il cinema ispirato al genere (cinema perlopiù statunitense, che in questi anni sforna effettivamente una lunga serie di futuri classici della fantascienza), la tendenza principale è quella di scegliere colonne sonore dalla notevole pomposità orchestrale, in stile sinfonico. È il caso di Ultimatum alla Terra girato da Robert Wise (regista, peraltro, specializzato in “musical”) nel 1951, che si avvale del talento compositivo di Bernard Hermann (autore in seguito delle musiche di Psyco e Taxi Driver), e di L’invasione degli Ultracorpi di Don Siegel (1956), mentre Leith Stevens scrive per La Guerra dei mondi di Byron Haskins (1953) un tema dalle tonalità più cupe e drammatiche. Più classicamente horror è il sottofondo di La Cosa da un altro mondo (1951) di Christian Nyby e Howard Hawks, e di Blob (1958) di Irwin Yeaworth, come si addice a dei classici del genere dedicati al tema della “minaccia aliena” (e immersi nel clima della Guerra Fredda, come tutti i titoli appena citati).

Fa la differenza Il Pianeta Proibito (1956) di Fred M. Wilcox, i cui temi composti da Louis e Bebe Berron, pionieri della musica elettronica, colpiscono per le loro particolari sonorità stranianti e atonali (realizzate con l’innovativo uso del theremin), perfette per rendere l’idea di viaggi spaziali verso pianeti ignoti. Proprio in questi anni così importanti per il cinema di fantascienza americano (e giapponese, con l’uscita del Godzilla di Ishiro Honda), in Francia è attivo il poliedrico Boris Vian, noto soprattutto come storico cantautore e trombettista della scena jazz francese, nonché autore di romanzi polizieschi. Oltre a tutto ciò, Vian fu appunto un appassionato e promotore di narrativa fantascientifica (amava in particolare H. G. Wells e Bradbury) e tradusse in francese, oltre ai romanzi noir di Raymond Chandler, anche The World of Non-A (1958) di Van Vogt.

Anni ’60. Così suonò Zarathustra

Negli anni Sessanta il cinema sci-fi produce molti altri classici, come Il Pianeta delle Scimmie (1968), di Frankin J. Schaffner, musicato da Jerry Goldsmith (che nel 1978 si occuperà di Alien di Ridley Scott), oppure Agente Lemmy Caution: missione Alphaville, girato nel 1965 da Jean-Luc Godard, dal quale, negli anni Ottanta, prenderà il nome la pop band tedesca degli Alphaville. Notevoli sono i contributi italiani, come quello di Antonio Margheriti, che firma Il Pianeta degli Uomini Spenti (1961), e soprattutto di Mario Bava con la sua escursione nella fantascienza, ovvero Terrore nello spazio (1963).

Il film di Bava (che, assieme a Margheriti e a Riccardo Freda fu il maestro italiano del “gotico” cinematografico), è naturalmente ricco di elementi e stilemi horror e si avvale delle futuristiche sonorità di Gino Marinuzzi Jr., che richiamano le atmosfere del Pianeta Proibito. Le composizioni elettroniche per Terrore nello spazio vennero prodotte dal compositore con l’uso del fonosynth, cioè nientemeno che il primo sintetizzatore elettronico, realizzato l’anno precedente proprio da Marinuzzi con la collaborazione di Paolo Ketoff, tecnico del suono e inventore romano di origine russa, a sua volta ideatore del precedente SYNKET (sigla di SYNthesizer KEToff ).

A metà anni Sessanta si assiste inoltre alla nascita dell’epocale serie televisiva che narra le avventure interstellari della nave Enterprise. Parliamo ovviamente di Star Trek, alla cui celebrità risponderanno poco dopo le altrettanto iconiche produzioni televisive britanniche UFO e Spazio 1999. Star Trek, che debutta nel 1966 per poi proseguire in nuove stagioni televisive e una omonima serie cinematografica, è accompagnato dalla colonna sonora di Alexander Courage.

Il decennio si chiude con uno dei più importanti capolavori della fantascienza, il film «oltre la comprensione umana» (secondo il settimanale di cinema Film Tv) divenuto un mito nel moderno immaginario popolare, ovvero 2001 – Odissea nello spazio di Stanley Kubrick.

Opera sulla quale sono scorsi i proverbiali mari di inchiostro, al centro di svariate interpretazioni e leggende sulla sua realizzazione e le simbologie messe in scena, in 2001 è notoriamente centrale e particolare l’uso della musica, ed è anzi divenuto proverbiale il collegamento tra determinate scene del film e i popolarissimi brani di Richard e Johann Strauss, rendendo il film di Kubrick un’esperienza audiovisiva totale. Se la sizigia (ovvero una congiunzione di Sole e Luna) immortalata sulle note solenni di Also Sprach Zarathustra rimane uno degli incipit più grandiosi e iconici della storia del cinema, è pressoché geniale l’idea di musicare il fluttuare delle navi spaziali al ritmo del valzer Sul bel Danubio blu. Ma sono i brani sperimentali del compositore ungherese Györgi Ligeti a conferire a certe scene un senso di inspiegabile e assoluta alterità: dall’apparizione del monolite nero che terrorizza gli ominidi preistorici, fino al viaggio interdimensionale dell’astronauta Bowmann, il lungo momento lisergico e psichedelico che precede il finale del film.

Le citazioni e gli omaggi all’Odissea di Kubrick si moltiplicheranno rapidamente, in varie forme e modalità, anche in ambito musicale (a partire dal grottesco riferimento degli Who, sulla foto di copertina del celebre album Who’s Next…). Indicativa la dichiarazione di John Lennon: l’ex membro dei Beatles, che apprezzava la narrativa di Philip K. Dick ed era in amicizia con il guru della controcultura Timothy Leary, sostenne che 2001 avrebbe dovuto essere proiettato in un apposito tempio 24 ore al giorno, ogni giorno!

Oltre all’epocale impatto di 2001, buona parte della musica rock degli anni Sessanta e Settanta fu generalmente influenzata dalla fantascienza contemporanea (oltre che, per esempio, dal mondo epico e fiabesco del fortunatissimo Il Signore degli Anelli di Tolkien). Complice l’immissione nella cultura popolare dell’immaginario scientifico legato alle conquiste spaziali, ma anche l’ondata della controcultura sessantottina che destabilizza costumi e tradizioni delle società occidentali con tutto il noto bagaglio di esperienze lisergiche (propugnate da personaggi chiave dell’epoca quali Leary e Terence McKenna), liberazione sessuale, pacifismo universale e, appunto, sperimentazione musicale e cinematografica.

Questo emerge in storiche formazioni del folk-rock psichedelico quali i Jefferson Airplane (in seguito Jefferson Starship, cioè “astronave”), e i Grateful Dead (il cui batterista Mickey Hart ha proseguito un percorso di sperimentazione musicale e si è dedicato allo studio delle vibrazioni di stelle di neutroni note come pulsar), entrambe originarie dell’area di San Francisco, epicentro del fenomeno. Per non parlare del fatto che una delle più celebri e amate rock band di sempre, i Doors di Jim Morrison, si sia ispirata a The doors of perception, il testo sulla psichedelia scritto da Aldous Huxley nel 1954. È inoltre significativa l’attività di un personaggio come Sun Ra, al secolo Sonny Blount, attivo fin dagli anni Trenta come jazzista e musicista sperimentale (nonché sedicente “contattista” che sosteneva di avere ricevuto personali messaggi dagli abitanti di Saturno!), autore di alcuni classici brani jazz dai titoli indicativi come Plutonian Nights o Tapestry from an asteroid.

Anche in Inghilterra, il connubio rock / fantascienza mistica produce una formazione storica come gli Hawkwind, che avviano una stretta collaborazione, non casualmente, con lo scrittore Michael Moorcock, autore della saga di Elric di Melibone.

Superfluo sottolineare come gli stessi Pink Floyd, fondati nel 1965 da Syd Barrett e Roger Waters e pionieri dei suoni psichedelici di questi anni, richiamino spesso riferimenti spaziali e fantastici nel loro immaginario musicale, dal titolo del leggendario album The dark side of the Moon (1973) ad alcuni velati omaggi al romanzo Dune di Frank Herbert (che, pubblicato nello stesso anno della fondazione dei Pink Floyd, diviene presto un libro di culto estremamente influente sulla fantascienza successiva). Fino al fatto che, secondo alcuni, il nome della band (letteralmente, “fluido rosa”) sarebbe stato suggerito a Barrett da intelligenze aliene …

Jari Padoan

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