Recensione del film “Una storia vera”

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In occasione della “Giornata del Rispetto” è stato proposta alla classe 4^A la visione del film “Una storia vera” di David Lynch, iconico regista scomparso il 16 gennaio 2025. Film da sempre ricordato come il meno lynchiano del regista, ci offre invece l’opportunità di riflettere proprio sulla gentilezza e sul rispetto, parole che sembrano così prive di significato nella nostra quotidianità ma che dovrebbero essere alla base della nostra esistenza. È stato poi chiesto agli studenti e alle studentesse di realizzare una recensione tecnica e riflessiva, con l’obiettivo di promuovere questo incantevole film. Qui di seguito è riportata una delle recensioni realizzate durante un’attività di cooperative learning.

Basato su un incredibile fatto di cronaca “Una Storia Vera” racconta l’odissea silenziosa di Alvin Straight. Nel 1994, all’età di 73 anni l’anziano contadino dell’Iowa decide di intraprendere un viaggio straordinario: percorrere 510 chilometri da Laurens (Iowa) a Mt. Zion (Wisconsin) a bordo di un trattorino tosaerba, con l’obbiettivo di raggiungere il fratello colpito da un ictus, con il quale non parla da anni. Il viaggio durato sei settimane a una velocità costante di 8 km/h diventa un’opera di resistenza spirituale. La forza del film risiede proprio in questa lentezza necessaria: un ritmo che sfida la frenesia della modernità e si trasforma in uno strumento di redenzione. Ogni incontro lungo la strada arricchisce il racconto di temi profondi, trattati con una delicatezza commovente. La dignità di Alvine emerge nel suo silenzioso desiderio di espiare gli errori passati, trasformando un semplice spostamento fisico in un profondo percorso di riconciliazione e pace interiore.

Le riprese sono state effettuate seguendo cronologicamente il vero percorso compiuto da Alvin, ciò ha permesso alla luce naturale di evolvere seguendo le stagioni e conferendo al film un realismo cromatico quasi documentaristico, lontano dalle atmosfere oniriche e distorte tipiche di altre opere di Lynch. Per quanto riguarda i movimenti della macchina la produzione ha privilegiato inquadrature ampie e statiche o lenti scorrimenti laterali che imitano la velocità ridotta del trattore tosaerba, creando un’esperienza immersiva che obbliga lo spettatore a sintonizzarsi su un tempo narrativo dilatato e contemplativo. Molta cura è stata posta nella cattura del suono diretto per dare consistenza materica al ronzio del motore e ai rumori della natura, integrando il tutto con la colonna sonora minimale di Angelo Badalamenti, caratterizzata da archi malinconici e chitarre acustiche che non sovrastano mai l’ambiente circostante. Gli interni sono stati illuminati spesso con sorgenti di luce naturale o soffusa per mantenere un’atmosfera intima e domestica che contrasta con la vastità degli esterni, sottolineando costantemente l’umanità del racconto attraverso una tecnica che si fa invisibile per lasciare spazio totale all’emozione pura della storia. In questo senso la musica di Angelo Badalamenti svolge un ruolo essenziale ma mai invasivo: più che guidare emotivamente lo spettatore sembra accompagnarne il respiro, insinuandosi con discrezione nei silenzi e nei paesaggi sonori già ricchi di significato. L’uso degli archi, spesso distesi e sospesi, contribuisce a creare una malinconia trattenuta mai apertamente drammatica, mentre la chitarra acustica introduce una componente calda e terrena che richiama direttamente l’ambientazione rurale del Midwest americano. La colonna sonora si configura quindi come un’estensione naturale della poetica visiva del film.

Nel complesso si tratta di un film costruito con grande cura formale e coerenza espressiva, capace di comunicare con efficacia i propri valori attraverso un linguaggio semplice ma profondamente studiato. Tuttavia, non è un’opera adatta a ogni spettatore o a qualsiasi momento: il ritmo lento e le tematiche intime possono risultare distanti da chi è abituato a una fruizione più dinamica e ricca di stimoli immediati; proprio per questo richiede una certa disponibilità interiore, una predisposizione alla calma e alla riflessione. Se accolto con questo atteggiamento riflessivo il film non solo riesce a coinvolgere ma può trasformarsi in un’esperienza quasi terapeutica, capace di lasciare un segno personale e duraturo.

Arianna Amura, Massimo Marazzato, Edoardo Speranza
Classe 4^A, Istituto Scolastico Paritario “G. Mazzini”

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