Generazione sotto prescrizione

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I minori e il boom di psicofarmaci

Testo vincitore del primo premio per “Generazione di Cristallo” nell’ambito della scuola di reportage “Goffredo Parise”

Il cancello della comunità si chiude alle spalle di Lorenzo con uno scatto metallico deciso. Ha solo sette anni, uno zaino troppo pesante per le sue spalle minute e una diagnosi che gli adulti pronunciano spesso, come se bastasse a spiegare tutto: ADHD, che sta in disturbo da deficit di attenzione e iperattività. Lorenzo quella parola non la capisce per niente, sa solo che dentro di lui qualcosa corre sempre più veloce degli altri. A scuola, fa la seconda elementare, ha difficoltà a restare seduto. Le gambe dondolano incessantemente sotto il banco, le piccole dita tamburellano sul legno e i pensieri si alternano come pagine sfogliate troppo in fretta. La maestra lo reputa intelligente, ma ripete sempre che “non si ferma mai.” All’inizio la classe lo include, poi si stanca. Non si può neanche biasimarli, sono bambini e quel compagno è diverso. Interrompe i dialoghi, parla sopra gli altri, fatica a rispettare il suo turno, reagisce in modo impulsivo. Dal punto di vista scientifico sono tutti comportamenti legati ai problemi di autoregolazione tipici del suo disturbo. I bambini come Lorenzo possono avere una ridotta capacità di inibire le risposte immediate e di adattarsi alle regole sociali condivise, tra cui interpretare correttamente i segnali degli altri. Inoltre i meccanismi di controllo esecutivo, legati alla corteccia prefrontale, funzionano in modo differente e rendono più complessa la gestione delle emozioni e il comportamento in base al contesto. Per i coetanei tutto questo può risultare faticoso, le interazioni diventano imprevedibili, a volte caotiche, e richiedono uno sforzo continuo di adattamento. E così, anche senza una reale intenzione di escluderlo, i compagni finiscono progressivamente per prendere le distanze. L’impulsività, l’irrequietezza fisica o l’iperattività motoria sono stati codificati nei manuali diagnostici internazionali a partire dalla seconda metà del Novecento e oggi trovano una sistematizzazione nel DSM-5, il Manuale diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, alla sua quinta edizione. Ma nella vita quotidiana il quadro appare molto più complesso, significa sperimentare ogni minuto un disagio nel mantenere il ritmo richiesto dall’ambiente esterno. In casa Lorenzo non trova nessun punto di riferimento che gli garantisca sicurezza e tranquillità, la stabilità è un concetto sconosciuto. La madre lavora e spesso è assente, le babysitter si alternano di continuo, il padre è malato e si è risposato. Qualche volta lo porta con sé insieme ai fratellastri, così Lorenzo ha due case, due ambienti, due sistemi di regole che non coincidono mai del tutto e stanze che non diventano mai davvero sue. In una casa ci sono abitudini, orari e richieste, nell’altra tutto cambia. Ciò che è permesso da una parte può non esserlo nell’altra e viceversa, come per molti figli di genitori separati. Ma per un bambino già vulnerabile come Lorenzo, la mancanza di continuità affettiva può essere un fattore di rischio, capace di amplificare le difficoltà di regolazione emotiva e comportamentale. Secondo l’Harvard Center on the Developing Child “A livello neurobiologico esperienze di instabilità e stress cronico possono interferire con lo sviluppo della corteccia prefrontale, l’area coinvolta nel controllo dell’attenzione, nella pianificazione e nell’inibizione degli impulsi e con i sistemi neurotrasmettitoriali, in particolare quelli legati alla dopamina, fondamentali per la regolazione della motivazione e del comportamento”.

Ci è voluto un po’ perché i genitori capissero che in Lorenzo c’era qualcosa che non andava. Non è semplice riconoscere un disturbo del neurosviluppo come il suo, soprattutto in contesti familiari instabili, dove molti comportamenti possono essere scambiati per vivacità infantile. Quando le crisi diventano troppo frequenti, tra scoppi di rabbia, pianti improvvisi, movimenti bruschi e incontrollati, i genitori capiscono di doversi rivolgere a una neuropsichiatra infantile. La diagnosi non è immediata. Il percorso diagnostico per il Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività è lungo e complesso, non esiste un singolo esame in grado di identificarlo con certezza. Secondo i protocolli, la valutazione si basa su un’analisi approfondita del bambino in diversi contesti di vita. Gli specialisti raccolgono informazioni dai genitori, dagli insegnanti e, quando possibile, dal bambino stesso, per verificare se i sintomi siano presenti in modo persistente e in più ambienti. Il percorso comprende colloqui clinici, osservazione diretta del comportamento, somministrazione di test cognitivi e questionari standardizzati per valutare attenzione, impulsività e capacità di autoregolazione. Viene inoltre effettuata una valutazione medica e neurologica per escludere altre condizioni che potrebbero spiegare i sintomi.

Ci vogliono mesi. E alla fine non ci sono più dubbi su quale sia il problema.

Insieme alla psicoterapia gli viene prescritto il primo farmaco, il Ritalin.

All’inizio tutto sembra funzionare. La mattina Lorenzo prende una piccola compressa e dopo qualche tempo qualcosa cambia dentro di lui: ora riesce a stare seduto più a lungo, a seguire con attenzione le lezioni e le maestre apprezzano i suoi progressi. Anche il suo sguardo, di solito inquieto, sembra più calmo, come se qualcuno avesse abbassato il volume del suo mondo. È il primo equilibrio chimico della sua vita. Il principio attivo del Ritalin è il metilfenidato, agisce aumentando la disponibilità di dopamina e noradrenalina nelle aree cerebrali coinvolte nell’attenzione e nel controllo degli impulsi, migliorando la capacità di concentrazione e riducendo l’iperattività. Secondo gli psicologi clinici, in alcuni casi il farmaco può rappresentare un supporto efficace perché rende accessibili capacità che prima risultavano compromesse come restare concentrati, controllare gli impulsi e seguire il ritmo delle richieste scolastiche.

Appena l’effetto del farmaco svanisce però, il pomeriggio o la sera, Lorenzo torna a essere un vortice. Urla e agitazione, come se tutta la tensione e l’energia trattenuta durante il giorno cercassero una via di fuga. Quando la situazione familiare diventa ingestibile e Lorenzo sempre più difficile da contenere, arriva un altro cambiamento. Viene inserito in una comunità alloggio. Il giorno del trasferimento porta con sé pochi oggetti, qualche vestito, uno zaino, alcuni giochi; il resto della sua vita però rimane altrove, sparso fra case differenti e relazioni interrotte. Nella comunità gli educatori si impegnano a costruire rituali stabili basati su orari regolari, compiti da svolgere e momenti di gioco condivisi. Per lui, che adesso ha dieci anni e finora ha sperimentato solo continui cambiamenti, la prevedibilità delle giornate diventa il secondo tentativo di equilibrio. Eppure non basta. La struttura riesce a tenere a bada il suo comportamento, a costruire una routine, ma non ce la fa a intervenire nel profondo. L’irrequietezza, la rabbia, l’impulsività non scompaiono ma si trasformano, riemergono, trovano altre forme. È in questo passaggio che il percorso di Lorenzo entra in una fase diversa, più complessa.

A nove anni viene ricoverato per la prima volta in un reparto di neuropsichiatria infantile. Gli specialisti osservano un aumento dell’aggressività e delle crisi legate alla rabbia. La terapia farmacologica viene progressivamente modificata. Non più solo il Ritalin ma anche molecole per stabilizzare l’umore e ridurre al minimo gli scatti di rabbia. Le cose migliorano, ma qualcosa dentro di lui varia nuovamente. Con il passare degli anni diventa più silenzioso, gli educatori parlano di “contenimento dei sintomi” ma spesso inizia a chiedersi perché deve prendere quelle pastiglie, cosa c’è in lui che non va, la rabbia assume una nuova forma. Non è più solo agitazione, ma anche frustrazione, senso di ingiustizia, al di là delle diagnosi.

Gli esperti del settore sottolineano spesso che il farmaco può contribuire a stabilizzare i processi mentali, ma non può sostituire il percorso emotivo del giovane: Il farmaco non basta, deve essere sempre associato a un adeguato percorso psicoterapeutico e a un coinvolgimento della famiglia”. La storia di Lorenzo non è un caso isolato. Situazioni come la sua oggi arrivano sempre più spesso all’attenzione degli specialisti.

Ci siamo recate al reparto di pediatria e neuropsichiatria infantile di Treviso. Corridoi colorati, disegni alle pareti, spazi a misura di bambino, quasi a voler alleggerire quello che accade dentro. Eppure, sotto questa cura dei dettagli, resta una sensazione più profonda, quasi fisica. Un vuoto allo stomaco, difficile da spiegare attraverso le parole. È come se l’atmosfera giocosa dei colori si scontrasse con la consapevolezza che lì dentro si affrontano fragilità molto precoci, percorsi di sofferenza che riguardano bambini piccoli. Non è qualcosa di evidente a prima vista, ma si percepisce nei silenzi, nei passaggi tra una stanza e l’altra e in particolare nello sguardo di chi ci lavora ogni giorno.

Guido De Rénoche, primario dell’Unità Operativa Complessa di Neuropsichiatria Infantile, ci aiuta a comprendere l’evoluzione del disagio in età evolutiva, sempre più diffuso. E le risorse non bastano mai. “Oggi abbiamo un numero limitato di posti letto” spiega “attualmente sono quattro e sono inseriti nel reparto di pediatria. La prospettiva in futuro è che diventino un’unità autonoma, anche se non sono stati ancora definiti i tempi. I ricoveri hanno una durata media che varia da una a due settimane, ma quello che colpisce maggiormente è la crescita della domanda”.

In un solo anno, dal 2024 al 2025, alla Neuropsichiatria di Treviso si è registrato un aumento del 16% dei ricoveri, in un contesto in cui le richieste erano già molto cresciute dopo il Covid. Il fenomeno, sottolinea il primario, non riguarda solo il territorio locale ma si inserisce in un trend nazionale più ampio, iniziato già prima della pandemia e ulteriormente accentuato negli ultimi anni.

Oggi il reparto si occupa di un’ampia gamma di situazioni cliniche. I casi più frequenti riguardano disturbi ansioso-depressivi, comportamenti autolesivi o suicidari e disturbi del comportamento severi. Più contenuta rispetto al passato recente è la presenza dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, che avevano raggiunto un picco tra il 2022 e il 2023. Una parte significativa dei ricoveri, circa tre quarti, avviene in urgenza, spesso dopo un accesso al pronto soccorso, mentre solo una minoranza è programmata per approfondimenti diagnostici o ridefinizioni terapeutiche in casi complessi.

“Molte situazioni arrivano in ospedale quando il disagio è già esploso” dice il primario “Segno di una difficoltà del territorio nel intercettare precocemente la sofferenza”

Parallelamente è aumentata la complessità dei casi. “Le problematiche neuropsichiatriche infantili sono sempre più il risultato di una combinazione di fattori biologici, familiari, sociali e educativi” puntualizza “Questa interazione rende i disturbi più persistenti e, in molti casi, più difficili da trattare nel tempo”.

Il reparto di Treviso è meno in difficoltà rispetto ad altre strutture simili che si occupano di questi disturbi infantili perché c’è una forte collaborazione con la pediatria, ma resta una carenza di personale: infermieri, educatori, operatori socio-sanitari e terapisti della riabilitazione psichiatrica, fondamentali nel percorso di cura dei minori. Secondo la programmazione regionale, alla provincia di Treviso spetterebbero otto posti letto, ma non tutti sono attivi. Eppure la tempestività della diagnosi e l’intervento sono fondamentali: “Se non si intercettano in tempo i segnali”, precisa De Rénoche “II disagio può evolvere in comportamenti maladattivi come l’abbandono scolastico, l’uso di sostanze, l’autolesionismo o la conflittualità familiare, fino a trasformarsi in un disturbo psichiatrico strutturato”. Le cause non sono riconducibili a un unico fattore. In una società caratterizzata da cambiamenti rapidi e continui, economici, tecnologici e relazionali “I bambini e gli adolescenti vulnerabili sono più esposti”, conclude il primario.

Secondo l’Organizzazione Mondiale Della Sanità oltre un miliardo di persone nel mondo convive con un disturbo mentale, circa una su otto. Tra i più giovani il fenomeno è ancora più evidente: circa il 14% degli adolescenti tra i 10 e i 19 anni presenta un disturbo psicologico, mentre in Europa coinvolge un ragazzo su sette. L’aumento non è improvviso ma progressivo: tra il 2011 e il 2021 i casi sono cresciuti, con un incremento più marcato tra i giovani adulti. In Italia, secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, circa il 17% degli adolescenti tra gli 11 e i 17 anni presenta sintomi riconducibili a disturbi mentali, mentre i disturbi diagnosticati riguardano circa il 7-10% dei minori. “Si sono rotti molti modelli di riferimento, come la famiglia, la scuola e i contesti di aggregazione, e questo ha lasciato molti ragazzi senza punti stabili” sottolinea Alessio Saponaro, responsabile dell’Area Salute Mentale dell’Emilia-Romagna. “In molti casi i ragazzi non riescono più a trovare da soli strumenti di regolazione emotiva e questo rende il disagio più evidente e più precoce rispetto al passato”.

La cura segue quasi sempre un percorso simile: inizialmente ci si affida all’aiuto di uno psicologo, poi si possono intraprendere altri tipi di supporto e intervento.

Infine, se il disagio aumenta, si entra in un percorso più medicalizzato.

Uno studio condotto in Emilia-Romagna da Zeno Di Valerio evidenzia un aumento significativo dell’uso di antidepressivi tra i più giovani dopo la pandemia. Nella fascia tra i 12 e i 19 anni il consumo è cresciuto fino al +48% nel 2022 rispetto al periodo pre-Covid, con un incremento ancora più marcato tra le ragazze (+58%). C’è un dato che dovrebbe fare riflettere: se tra gli adulti l’aumento resta relativamente contenuto, tra gli adolescenti l’impennata è molto più marcata, indicando un livello di sofferenza psicologica più diffuso e precoce rispetto alle generazioni precedenti.

Secondo i dati dell’ultimo Rapporto OsMed 2024 sull’uso dei medicinali in Italia, tra il 2016 e il 2024 i consumi di psicofarmaci nella fascia d’età da zero a diciassette anni sono passati da 20,6 confezioni ogni 1000 bambini a 59,3: praticamente il triplo in meno di dieci anni. Se poi ci si concentra sugli adolescenti tra i 12 e i 17 anni si vede che il consumo esplode: 129,1 confezioni per mille ragazzi, con una incidenza dell’1,17%. Vuol dire che più di un ragazzo su cento fa uso costante di psicofarmaci.

Nello stesso periodo, i farmaci per il disturbo da deficit di attenzione e iperattività sono aumentati in un solo anno del 25%. Tra i primi 30 medicinali più prescritti ai bambini, ben sei riguardano il sistema nervoso centrale, certifica nel suo rapporto annuale l’Agenzia Italiana del Farmaco. Sono i medicinali utilizzati nel trattamento dei disturbi dell’attenzione, dell’iperattività, dei disturbi dell’umore, dell’ansia. Fa impressione pensare a bambini che assumono abitualmente antipsicotici e antidepressivi che mai ci saremmo sognati di associare a questa età. “L’aumento non ci sorprende”, ha spiegato la Società Italiana di Psichiatria al “Il Sole 24 Ore” qualche mese fa “Perché è parallelo all’incremento della prevalenza dei disturbi mentali nei giovanissimi che stiamo rilevando in questi ultimi anni”.

I dati dell’AIFA mostrano una variabilità regionale significativa. La Toscana per esempio ha numeri molto più alti della media ma potrebbe in realtà indicare una maggiore capacità di intercettare il disagio. Senza un’analisi qualitativa dei casi, il rischio è confondere il bisogno di cura con una medicalizzazione eccessiva. La Società Italiana di Farmacologia sottolinea che la crescita di prescrizioni per psicofarmaci in età pediatrica non vada interpretata tout court e come un segnale di abuso, ma come un fenomeno che richiede monitoraggio e analisi più approfondite per garantire l’adeguatezza delle terapie e una corretta integrazione tra interventi farmacologici e percorsi psicologici tradizionali.

“È importante evitare di demonizzare i farmaci” sottolinea Saponaro “Un approccio scientifico implica utilizzarli quando sono necessari, nel modo corretto e all’interno di un percorso terapeutico strutturato. “Anche nella cura dell’ADHD il Ritalin non è un tabù, in alcuni casi è indispensabile.” Anni fa il farmaco era stato al centro di numerose polemiche – tutto era iniziato negli Stati Uniti dove c’era stato forse un abuso di prescrizioni – perché era accusato di causare in età adulta dipendenza da cocaina e metanfetamina. Le ricerche scientifiche più aggiornate hanno però dimostrato che questa associazione non è così diretta né automatica.

“Negli ultimi anni” dichiara la psicologa clinica Alessandra Grespan “Tra il 35 e 40% degli adolescenti seguiti in psicoterapia finisce per ricorrere a una cura farmacologica perché il disagio diventa troppo acuto”. Come suggerisce Il Dottore Stefano Martelossi, direttore della Pediatria dell’Ospedale Ca’ Foncello di Treviso, si interviene con i farmaci quando il comportamento diventa un problema serio, talvolta distruttivo per il bambino stesso o per gli altri, spesso come risultato di situazioni difficili che si sono sedimentate nel tempo. Certo bisogna non abusarne. Gli operatori educativi dell’Azienda ULSS 2 Marca Trevigiana precisano che il farmaco non deve assolutamente diventare l’unica risposta, perché rischia di trasformarsi in una forma di dipendenza. Il bambino può iniziare a percepire di funzionare solo se prende le medicine e non sviluppa così delle strategie autonome di regolazione emotiva e comportamentale.

La situazione è arrivata al punto che bisogna ripensare le priorità della sanità pubblica. L’Emilia-Romagna negli ultimi tempi ha potenziato gli interventi territoriali e formato nuovi operatori per la presa in carico dei disturbi psichiatrici in età evolutiva. Sono stati attivati reparti di psicopatologia dell’adolescenza, per ora a Rimini e Bologna, e ne è previsto uno a Parma, con l’obiettivo di ridurre il ricorso esclusivo all’ospedalizzazione. Accanto ai ricoveri sono state sviluppate strutture semiresidenziali che permettono ai ragazzi di essere seguiti durante il giorno, anche in orario scolastico, oltre a una rete di servizi riabilitativi dedicati ai minori.

Il farmaco è utile, ma dietro a ogni patologia c’è sempre una storia che necessita di essere compresa. E aiutata.

Ogni mattina Lorenzo prende una compressa che gli permette di muoversi in armonia nel mondo degli altri. La vera domanda è se un giorno riuscirà mai a trovare posto nel suo.

Caterina Furlan e Rebecca Grassato
V C del Liceo delle Scienze Umane del Liceo Duca degli Abruzzi

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