Se chiudo gli occhi non sono più qui

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Un film di cui ogni spettatore è in parte regista!

xu yan locandinaIl più delle volte, quando si assiste ad una proiezione cinematografica o più semplicemente alla visione di un film, vi è la necessità continua di ricordare a sé stessi che si tratta di un film e dunque di finzione, che ci si trova di fronte a personaggi le cui qualità  e caratteristiche non esistono nella realtà , fatti che mai potrebbero accadere nella quotidianità. Tuttavia, ciò non è stato necessario nel corso della visione del lungometraggio girato dal regista italiano Moroni.

“Se chiudo gli occhi non sono più qui”, certamente è un racconto, una storia originata dalla capacità  inventiva dell’uomo, ma vere o quantomeno reali potrebbero essere certe situazioni, dolorosamente vere sono state certe realtà , a noi forse sconosciute, ma che realtà  rimangono.

Ad essere narrata è la storia di Kiko, un ragazzo di origine filippina, il quale orfano di padre vive con la madre e il patrigno. Certamente, non vi è nulla di particolare o anomalo nell’essere orfani, del resto è una condizione che senza dubbio interessa molte persone. Kiko, però, non è solo orfano di padre, un padre da cui ha ereditato la passione per gli astri, l’universo, ma è anche un ragazzo costretto dalle condizioni a crescere più di quanto la sua età richieda. Diversamente dai suoi coetanei non gli viene chiesto solo di studiare, poiché, secondo il patrigno, lo studio non può essere anteposto al mantenimento della famiglia, al lavoro nel cantiere, lo studio non nutre le pance affamate, non garantisce un tetto sopra la testa.

Le ore del giorno sono insufficienti per Kiko che, purtroppo, non ha la forza per sostenere ed adempiere ad entrambi i compiti, non sa quale dei due debba essere il suo dovere, non sa cosa sia giusto. Una risposta, però, arriva a bussare alla porta del suo rifugio, il luogo custode dei ricordi del padre, l’unico posto realmente suo, lontano da tutti e tutto. A bussare è un uomo, un anziano di nome Ettore, che confida di essere un vecchio amico del padre, una condizione che gli permette di accedere non solo al luogo sacro, ma anche al cuore di Kiko. Ricoprendo quasi il ruolo della figura paterna, Ettore insegna al giovane ragazzo che la forza non è solo quella fisica, che al contrario, consiste più nella capacità di reagire, di non lasciarsi sopprimere, di lottare, di ribellarsi se necessario, anche al destino. Ettore dona nuova luce, conoscenze, affetto, sicurezza ad un ragazzo che, da troppo tempo, è stato abbandonato solo ad affrontare il mondo, un luogo a cui non sente di appartenere. Nulla, però, è quello che sembra. La comparsa di Ettore nella vita di Kiko non è stata accidentale, non è sorta da quell’incontro casuale nel negozio di elettronica, tutto era stato già  premeditato, tutto era parte di una grande recita volta a nascondere un passato, quel tipo di passato che solitamente si cerca di celare poiché la sua rivelazione lascerebbe solo cuori infranti.

Un finale che sicuramente ha sorpreso il pubblico, così come l’intero sviluppo delle vicende continuerà a sorprendere tutti coloro che decideranno di dedicare un’ora e mezza a questo film.

Un film che racconta della storia di un sedicenne, interpretato dall’esordiente Mark Manolo, il quale è stato capace, nonostante la propria mancanza di esperienza, di dare vita a Kiko, permettendo al film con un’interpretazione naturale e realistica, di non uscire dagli schemi della realtà.

Non vi sono effetti speciali, supereroi o grandi colonne sonore perché è un film che non ne ha bisogno, in quanto gli occhi stessi degli attori, le loro espressioni e anche il loro più piccolo movimento, sono capaci di parlare allo spettatore, di esprimere ciò che il cuore urlerebbe se solo disponesse di voce.

Un film che con i connotati quasi di un documentario, senza eccessi e al tempo stesso senza tralasciare particolari, permette al pubblico la più ampia possibilità di interpretazione, divenendone così in parte regista. Dipende quindi da noi cogliere l’aspetto drammatico o gli insegnamenti che in quest’opera certamente non mancano. La solitudine, il peso del silenzio, i sensi di colpa, l’impossibilità  di reagire, la fragilità  di un ragazzo in crescita, la necessità nella vita di avere colonne portanti o la bugia raccontata a fin di bene.

Un film che merita di essere compreso in tutte le sue sfumature, in quanto, anche se forse noi non ce ne rendiamo conto, ogni pi๠piccolo particolare ha la sua funzione indispensabile per lo svolgimento dell’intero racconto.

Xu Yan – ITT “G.Mazzotti”