La narrazione di sé nei percorsi di formazione

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Ho sempre amato scrivere e raccontare. Ricordo che da bambina aspettavo con ansia il tema del lunedì mattina: una penna blu e un foglio protocollo erano le uniche cose di cui avevo bisogno per essere felice. Scrivere significava essere legittimata a perdermi nei folti boschi dei miei pensieri, a navigare tra le tempeste delle mie inquietudini, a ripararmi nei rifugi abbandonati delle mie speranze, nell’attesa che si facesse giorno e tutto mi fosse più chiaro. Le parole, come le briciole di pane di Pollicino, mi hanno sempre indicato la direzione di casa, quel luogo sicuro e accogliente che da qualche parte, in un angolo remoto dentro di me, mi aspettava. Non ho mai smesso di scrivere, anche quando le parole non erano più sufficienti per cercare il senso del mio sentire e sono subentrati così dei lunghi silenzi che, come un’abbondante nevicata, rendevano il mio paesaggio interiore un luogo ovattato, freddo e sterile. Decisi che dovevo cercarle quelle parole, magari dentro le ferite, in fondo alle voragini, ma da qualche parte, un po’ malconce e inpolverate, dovevano pur esserci. Non è stato per niente facile prenderle di nuovo in mano, familiarizzare con loro, chiedere aiuto; mi sembrava di non aver più niente da scrivere né da raccontare, eppure avevo già una lunga e intensa vita alle spalle che necessitava di essere rivelata, capita, curata. Pensai che un corso di scrittura autobiografica potesse essere un buon posto per ricominciare. In realtà avevo sempre raccontato di me ma era più uno sfogo, un buttare fuori senza poi tornare su quelle emozioni e tentare di capirle, elaborarle. Partecipare a un laboratorio autobiografico significava condividere la mia storia e il senso che essa aveva per me; in punta di piedi, ogni partecipante ha attraversato la propria vita tra ricordi, trasfigurazioni ed emozioni che prepotentemente uscivano e seppur alcune potessero sembrare dolorose, non ferivano così tanto in quanto erano condivise. Da quel lungo percorso la mia vita è cambiata, il modo in cui percepisco e vedo me stessa, le mie azioni, i miei progetti. Credo che la grande potenzialità e qualità dell’autobiografia sia quella di creare spazi introspettivi dove ci si può immergere in se stessi, senza il timore di rimanere sommersi dalle emozioni e dagli eventi ancora inesplorati o non compresi. Narrando la propria storia, o pezzi di essa, si crea una distanza tra ciò che eravamo e ciò che siamo in quel momento, come se alcuni eventi non ci appartenessero del tutto, o meglio riusciamo a comprendere come quelle scelte, quegli stati d’animo fanno parte di un passato concluso che non si può cambiare ma va solo capito e accettato per ciò che è. “Accade così che scrivendo di sé si creda di essere il protagonista di quell’esperienza mentre diamo vita a un’altra figura che forse ci assomiglierà, ma sarà un personaggio altro”[1]. Questa consapevolezza ci rende più sereni e attenti nell’osservare le cose in modo obiettivo, riflessivo e lentamente diventa tutto più chiaro e semplice da interpretare.

Un altro aspetto decisivo che rende la narrazione autobiografica un’esperienza unica e necessaria per risignificare la propria esistenza, riguarda la dimensione relazionale in cui essa si sviluppa. La presenza di un interlocutore che ascolta e partecipa alla nostra storia e a ciò che essa significa per noi, che viene coinvolto nel processo trasformativo che il racconto di sé induce nella soggettività, influenza e arricchisce l’esperienza di condivisione in termini di crescita, maturazione, affinità.

“Nell’incontro c’è qualcosa dell’ordine della presenza… la presenza è essere davanti a se stessi, perché ci possa essere una temporalità che si apre. È un aperto. La presenza è là in quanto testimonianza concreta dell’incontro, in quanto garanzia di un’apertura[2].”

Un’apertura che concediamo a noi stessi raccontandoci, una possibilità affinché l’altro diventi parte della nostra storia, traccia e segno di una vicinanza, di un legame che valorizza la relazione, di un cambiamento latente che l’incontro presuppone. L’autobiografia colta nel suo senso più autentico  rivela il suo intento educativo, diventando risorsa e occasione preziosa per riqualificare la relazione tra educatore ed educando, insegnante e studente, affinché non sia solo un percorso di crescita individuale ma parte di un processo di cambiamento culturale che interessi i diversi luoghi educativi e formativi, nella speranza che questo si diffonda e contamini ogni contesto di vita.

Attraverso l’esperienza maturata in progetti formativi sia con i bambini che con gli adulti ho notato come la pratica autobiografica inneschi dinamiche relazionali, comportamenti e apprendimenti che tendono a percepire e arricchire di nuovi sguardi e immaginari la realtà, creando le premesse per ipotizzare scenari futuri del tutto innovativi e originali, in risposta a uno stato di disagio e insicurezza che oggi viviamo. Lavorare non solo con e sulle storie dei ragazzi ma lavorare in primis come adulto sulla propria storia, interrogarsi sul proprio atteggiamento, sulla passione per la propria professione, sulle intenzioni e le motivazioni che ogni giorno ci sostengono nel tentativo di dare sempre il meglio, di pensare alle singolarità e al gruppo, inteso come contesto relazionale che costruisce significati e valori comuni collaborando e accogliendo tutte le idee e i punti di vista soggettivi. A tale proposito Donald A. Schön riteneva che di fronte alle nuove richieste di un sociale sempre più complesso e flessibile, fosse importante riflettere sul proprio agire nel momento in cui l’azione è ancora in corso, parlando di un “conoscere nell’azione”, ossia di un apprendimento che si crea nella pratica e che chiede al professionista di essere creativo e riflessivo allo stesso tempo. Questo tipo di attitudine  e approccio metodologico potrebbe rivelarsi utile nel lavoro educativo, in quanto esula dal rischio di rimanere chiusi in pratiche inadeguate e obsolete, lontane dai reali bisogni dei ragazzi e della scuola. La consapevolezza quotidiana sul proprio agire sostiene l’avvicinamento tra pratica e teoria, una questione molto dibattuta oggi nei contesti di formazione per adulti vista la difficoltà tra le due dimensioni di porsi in dialogo e ascolto reciproco al fine di realizzare e rendere efficace l’azione educativa.

Recuperare la sorpresa, la passione, il piacere legato allo stare nell’esperienza crea una circolarità tra insegnamento e apprendimento, grazie alla quale ci evolviamo e rinnoviamo continuamente e costantemente. Una crescita che si espande, che è insieme professionale e personale, che coinvolge tutta la dimensione esistenziale e che si costruisce nella relazione, nella condivisione, nel confronto, nel dialogo. La narrazione si evidenzia come quel filo conduttore che tiene connessi ruoli, attitudini, competenze, abilità, tratti caratteriali, vissuti emotivi propri dell’individuo, creando un equilibrio tra i diversi piani e modalità dell’essere. Costituire e promuovere spazi e momenti dedicati alla pratica autobiografica all’interno della scuola sottoforma di laboratori narrativi significa promuovere contesti di relazione, di espressione e svelamento del sé, di costruzione di conoscenze e valori comuni, di memoria, di apertura e accoglienza. Le storie personali quando vengono narrate e condivise diventano patrimonio cuturale collettivo, diventando parte di un sapere comune sociale, della storia dell’umanità. Promuovere la competenza narrativa nei contesti di vita ci riporta in una dimensione costruttiva, centrale, trasformativa del nostro stare al mondo; ci riappropriamo così della capacità d’azione, di un agire dinamico, personale e riflessivo che ci rende preparati ad affrontare l’imprevisto e il cambiamento, cogliendo le opportunità che il nuovo comporta.

Adottare un approccio narrativo alla vita significa coltivare la resilienza come capacità di reagire ai fallimenti e di trovare le risorse per riprogettarsi, coltivando un atteggiamento di fiducia e speranza nei confronti di un mondo e di un’umanità che faticosamente cercano il proprio senso. Raccontandosi e ritrovandosi nelle storie degli altri si matura la consapevolezza che ognuno può vivere il suo percorso esistenziale nel rispetto della propria specificità e unicità, scoprendo al tempo stesso connessioni e assonanze nella diversità e originalità altrui. Una narrazione, che sia intesa come storia individuale o storia collettiva, è sempre una rivelazione della vita, il tentativo di dare un senso e un significato allo scorrere degli eventi, è infatti nel racconto che ogni vita trova il suo senso. La vita non è altro che una pluralità di storie autobiografiche: individuali, famigliari, generazionali, di comunità culturali, storie dell’umanità che da sempre si rinnovano e rigenerano nella forma narrativa. Per questo la riflessione pedagogica non può non preoccuparsi dell’autobiografia come pratica educativa, formativa e di ricerca di senso. La scuola, come luogo di crescita dell’individuo  e contesto privilegiato di costruzione del sapere, deve cogliere le nuove problematicità dell’essere come opportunità per ripensarsi e riprogettarsi come luogo educativo e culturale, adottando nuove strategie, pratiche, teorie, atteggiamenti che valorizzino un approccio narrativo alla vita, in quanto esso è democratico, inclusivo, costruttivo, curativo e rivolto verso il futuro.

Dott.ssa Elenia Peruffo
Pedagogista
eleniaperuffo@gmail.com

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[1] D. Demetrio, Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé, cit., p. 55.

[2] M. Bernasconi, Coltiva le tue passioni. Dalla narrazione autobiografica ai progetti formativi per riscoprire il piacere di imparare e di educare, cit., p. 166.

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