Intervista ai Kanseil

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Il richiamo della foresta

I Kanseil sono ormai una realtà avviata e consolidata della prolifica scena folk metal italiana.

Attivo dal 2010, giunto al terzo album (Vaia, del 2024) e reduce da moltissimi concerti anche al fianco di gruppi storici quali Enslaved, Manegarm e Omnia, il gruppo originario di Fregona (Treviso) porta avanti una saga musicale che ha le sue radici profonde nella storia, nelle tradizioni e nelle antiche leggende delle nostre terre, in pieno spirito folk.

Assieme ad Andrea Facchin e Stefano da Re, rispettivamente voce e flauto della formazione, ripercorriamo la storia dei Kanseil, e scopriamo cosa ha in serbo una delle realtà metal più seguite nelle nostre zone.

Ciao ragazzi, come procedono le cose a casa Kanseil? Avete qualche progetto che ribolle nel paiolo per il futuro imminente?

(Stefano) Sì, siamo sempre attivi! In questi ultimi mesi ci siamo un po’ fermati dal punto di vista live ma stiamo sfruttando il tempo per andare avanti con le nuove composizioni, oltre a pianificare i concerti dell’estate 2026.

(Andrea) Infatti, apriremo per i mitici Alestorm, a inizio settembre, al Circolo Magnolia di Milano in occasione del “Feudalesimo e Libertà Open Air”. Una bella occasione per rivederci con molti amici lombardi e non solo, perché Feudalesimo e Libertà richiama un sacco di gente da tutto lo Stivale. Quindi… non mancate!

Sono ormai passati due anni dall’uscita di Vaia. È diffuso il luogo comune che, perlomeno in molti casi, il terzo album sia il disco della consacrazione o quantomeno della maturità per il suono di un gruppo. Siete soddisfatti di questo lavoro dal punto di vista musicale e concettuale?

(Stefano) Sì, è stato un disco molto importante. Di tutta la nostra carriera, è stato forse il tassello discografico più sentito. Ne siamo soddisfatti sia dal punto di vista compositivo che per quanto riguarda gli arrangiamenti. E i nuovi pezzi che stiamo producendo manterranno lo stesso tiro e lo stesso sentimento delle composizioni di Vaia, statene certi.

Tornando alle origini (in tutti i sensi, dato che il vostro metal è incentrato su episodi storici e antiche leggende) … volete raccontarci in breve la genesi della band, e quali obiettivi e influenze vi hanno portato, ormai quindici anni fa, a fondare il progetto Kanseil?

(Andrea) L’origine è il Cansiglio! Perché l’altipiano del Cansiglio, che si estende tra le province di Treviso, Belluno e Pordenone, rappresenta un teatro naturalistico e paesaggistico importantissimo. Era di questo che volevamo cantare: richiamare la storia, le tradizioni e la bellezza di questo territorio.

(Stefano) Noi, come Kanseil, invitiamo chiunque a vivere la foresta del Cansiglio, che dal punto di vista spirituale ed energetico è un posto molto forte. Ci sono molte storie e leggende ad esso legate, che noi vogliamo trasmettere attraverso la nostra musica. Luoghi come il Bus de la Lum, il Pian dei Lovi, la Vallorc, tuttora riescono a trasmettere un’aura di mistero e di magia.

Per quanto riguarda le origini del progetto, semplicemente, eravamo un gruppo di amici appassionati di musica e di natura. Il gruppo è nato tra i banchi di scuola, ma possiamo dire che il richiamo alla cultura montanara del Cansiglio è antecedente al momento in cui abbiamo preso in mano gli strumenti! Se le storie e le leggende locali le abbiamo imparate dalla tradizione orale dei nostri nonni, il nostro obiettivo come Kanseil è tramandarlo al nostro pubblico, e, se possibile, alle generazioni future, attraverso il folk metal. Come avrete capito, già da ragazzini eravamo appassionati di folk metal, ai tempi dell’esplosione mondiale di questo sottogenere intorno alla metà degli anni Duemila, quando Finntroll, Korpiklaani, Eluveitie, Alestorm hanno formato una grande scena internazionale. Per quanto riguarda i gruppi di casa nostra, per noi i Folkstone e gli stessi Furor Gallico sono sempre stati dei punti di riferimento anche per il discorso linguistico, oltre che musicale. Noi continueremo a comporre pezzi nel dialetto delle nostre zone, che a nostro parere si lega benissimo con questo particolare tipo di metal.

Toccate un punto interessante. Non credete che utilizzare la propria lingua madre (o lingue madri, in questo caso, ovvero l’italiano e il dialetto) dia una maggiore autenticità a ciò che si canta e che si vuole comunicare, senza passare per l’inglese?

(Stefano) Sicuramente. Sentire canzoni nella tua lingua madre, in un genere in cui si narra di tradizioni e leggende locali, assume una maggiore e particolare energia rispetto a una lingua come l’inglese. L’inglese è ovviamente più “sicuro” dal punto di vista mediatico e commerciale, ma di certo, per noi, è una lingua molto più neutra da un punto di vista personale ed emotivo, se utilizzata in musica. Gruppi folk metal come gli Skyforger, tanto per citare un esempio, che cantano in lettone, hanno fatto la differenza in questo senso.

Parliamo un po’ delle vostre tematiche storiche e leggendarie. Ad esempio, in Vaia troviamo il brano Pojat, una canzone completamente in dialetto locale dedicata a un mestiere tradizionale, quello del carbonaio o carbonaro. Il carbonaro, a causa del suo isolamento, portava con sé un’aura inquietante, che lo avvicinava alla figura leggendaria dell’“omo selvadego” dei boschi. Parlateci di questa canzone, il cui testo, a molti, potrebbe risultare oscuro.

(Stefano): Pojat racconta di quello che un tempo era il duro lavoro dei carbonai, nel Cansiglio e in tutta la Pedemontana veneta. Un lavoro molto povero e usurante, ma fondamentale per trasformare il legno, di cui il Cansiglio è naturalmente molto ricco, in combustibile necessario per sopravvivere ai rigidi inverni delle montagne. I “pojat” erano dei cumuli di legno sui quali veniva acceso un focolare al centro, per trasformare molto lentamente il legno in carbone. Questo comportava, infatti, mesi e mesi di isolamento nei boschi. Nel video della canzone abbiamo cercato di ricostruire questo procedimento. La canzone non poteva che avere dei toni cupi e malinconici, per rendere l’idea della fatica e della vita grama che facevano i nostri antenati per sopravvivere, una realtà quasi impensabile ai giorni nostri.

(Andrea) Le vecchie generazioni ne hanno passate tante. Segnalo anche un altro nostro brano ovvero “Il lungo viaggio”, dall’album Fulìsche del 2018, che parla dell’emigrazione dei Veneti, per rendere l’idea di quanto dura fosse la vita in certe zone e in certi contesti, fino a tempi storici recenti.

Siamo stati colpiti in particolare da Antares, uno dei vostri brani più potenti (evidente qualche influsso black metal), ma anche ispirati e solenni, sempre contenuto in Vaia. Nella canzone fate riferimento al ruolo fondamentale che il moto del Sole e degli astri svolgevano nei culti dei popoli antichi, in particolare durante i cambi stagionali. Come vi siete documentati in merito?

(Stefano) Tutti i nostri brani hanno dietro una ricerca, e nel caso di Antares facciamo riferimento al sito archeologico del celebre Monte Altare, che in realtà è una collina un po’ più alta del Montello, nei pressi di Vittorio Veneto. Potete ammirarne il paesaggio nel video ufficiale della canzone, che abbiamo girato proprio lì. Il nome “Altare” è probabilmente una deformazione risalente al Medioevo cristiano, tant’è vero che è evidente l’assonanza con il nome greco “Antares”, la stella principale della costellazione dello Scorpione. Sulla sommità di quella collina, seguendo una antica scalinata di pietra tuttora esistente, i nostri antenati, ovvero le varie culture che hanno abitato il Veneto antico (Veneti, Reti, popoli celtici stanziati nelle Alpi) potevano osservare il sorgere e il tramontare di Antares nei vari periodi dell’anno. Noti studiosi [ad esempio Piero Favero, nei suoi libri L’alba dei Veneti e La dea veneta, nda] sostengono che in relazione ai moti di Antares si svolgevano appositi rituali, forse delle pratiche divinatorie legate alle cosiddette “sortes”, delle piccole tessere di legno che venivano lanciate e raccolte a scopo propiziatorio, ritrovate appunto sul Monte Altare. Queste cose sarebbero avvenute sul colle per moltissimo tempo, dal primo millennio avanti Cristo fino, almeno, ai tempi medioevali…

Sempre a proposito degli antichi riti divinatori, basti pensare alla “lettura” delle faville del Panevin, il falò tradizionale dell’Epifania, tuttora praticato nelle zone rurali e montane e al quale avete, non a caso, dedicato un’altra vostra canzone…

(Stefano) Esatto. Del Panevin, la sua antichità e i suoi significati si potrebbe stare a parlare molto a lungo! Naturalmente, non solo in Veneto, ma in tutta Italia e in tutta Europa, i fuochi di fine anno simboleggiano il cambiamento, la facoltà di bruciare i residui dell’anno vecchio per rigenerare il nuovo che inizia.

(Andrea) Cose come l’area sacra del Monte Altare e la tradizione del Panevin ci ricordano, ancora oggi, che il mondo antico e “pagano”, per intenderci, era inestricabilmente legato a una visione circolare dell’anno e della vita stessa.

Raccontateci ora quanto è importante per la vostra musica l’utilizzo della strumentazione tradizionale che, nel folk metal come nel miglior black, rappresenta un’importante unione di tradizione e innovazione…

(Stefano) Nella nostra musica è fondamentale l’utilizzo di strumenti tradizionali, come la cornamusa e il flauto. Della cornamusa se ne occupa Luca Zanchettin, che è anche uno studioso e un costruttore di strumenti di questo tipo. Suona anche il kantele scandinavo, uno strumento che abbiamo inserito nel brano dedicato alla tragedia del Vajont, contenuto nel nostro album di debutto Doin Earde.

Il simbolo che portate al collo è interessante. Ricorda una croce triplice ma anche un cristallo di ghiaccio, simbolo di eternità e di staticità. Qual è il significato che voi attribuite a questo simbolo? Cosa rappresenta per voi? Di chi è stata l’idea di utilizzarlo come emblema del gruppo?

(Stefano) Il simbolo dei Kanseil ci accompagna da sempre, è una nostra rivisitazione del cosiddetto “aegishjalmur”, l’“elmo del terrore” della cultura scandinava. Ovviamente siamo da sempre interessati anche alle tradizioni nordeuropee, ad esempio il patrimonio poetico e mitologico contenuto nell’Edda e la simbologia delle rune. La grafia delle rune, come appare evidente anche a un rapido sguardo, è peraltro molto vicina a quella degli antichi alfabeti veneti, per quanto si tratti di culture geograficamente molto lontane tra loro. L’aegishjalmur, che è un simbolo magico ottenuto con la runa Algiz incrociata quattro volte, veniva inciso sugli elmi dei guerrieri vichinghi per la protezione dalle forze negative. Ma, anche in questo caso, la sua immagine circolare e irradiante si può riferire alla ciclicità della ruota dell’anno e della vita umana.

C’è qualche altro gruppo musicale con il quale vi piacerebbe salire sul palco?

(Stefano) Di certo ci piacerebbe tornare sul palco, come faremo presto, con i Vallorc, con i quali condividiamo la provenienza e ovviamente l’ispirazione legata alle nostre montagne e alle storie del Veneto. E ovviamente, con i vecchi amici Furor Gallico [cosa effettivamente avvenuta il 15 marzo in provincia di Verona, e che è stato, peraltro, l’ultimo concerto che i Furor Gallico hanno tenuto in Veneto con Davide Cicalese alla voce, quindi un evento significativo per gli appassionati italiani di folk metal, nda].

(Andrea) Poi gli Alestorm, che per noi rimangono un gruppo importante, e ovviamente ce ne sarebbero molti altri… L’idea-forza del folk metal, e del metal in sé, è l’unione e la condivisione fra tante persone delle proprie “avventure” musicali e, in casi come il nostro, la trasmissione di qualcosa da cui proveniamo, e che ci sentiamo di portare avanti!

È tutto ragazzi, grazie del vostro tempo. Ci vediamo sopra o sotto il palco, o sui pendii del Cansiglio!

Jari Padoan e Letizia Cogo

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