Ultimo accesso, spunte blu e like

0
389

Online da due ore, ma le spunte non sono ancora blu?? Le spunte sono blu, ma ancora non risponde??? Ultimo accesso alle 03:42 ma con chi diavolo si scriveva????

Queste e tante, tante altre sono le situazioni di paranoia che mai avremmo pensato di vivere il giorno in cui abbiamo portato a casa il cellulare nuovo, magari con un senso di intima soddisfazione.img prima pagina

Ecco, in queste poche righe vorrei dare due o tre suggestioni intorno a questi temi, ma appunto suggestioni, ipotesi, spunti… La riflessione non si ferma, niente tesi definitive in una situazione di cambiamenti repentini come questa (e anche se fossero possibili non saprei certo darle io).

Intanto riflettiamo su tutto il mondo della messaggistica, dei tweet, dei post, delle note vocali, di ask, di snapchat: una marea di messaggi che ci travolge ogni giorno e che ha la bruttissima tendenza di uniformarsi, a diventare un mare magnum uguale a se stesso in ogni sua parte. Facciamoci aiutare da qualcuno che sulla comunicazione c’ha speso la vita: a qualcuno di voi sarà capitato di studiare Watzlawick e i suoi 5 assiomi sulla comunicazione. Si tende a impararli a memoria come una filastrocca, fu così anche per me. Ma quando si prova a capirli sono illuminanti. In particolar modo il secondo. Sostiene che ogni volta che diciamo qualcosa a qualcuno in realtà  trasmettiamo due messaggi: quello che Watzlawick chiama messaggio di contenuto, ossia esattamente e oggettivamente ciò che vogliamo dire, e un messaggio di relazione, ossia la comunicazione riguardo chi vogliamo essere noi per chi riceve il messaggio. Questo secondo messaggio può essere espresso verbalmente, ma molto più spesso è lasciato al non verbale, al tono, all’espressione, alla vicinanza dei comunicanti, che sono molto più efficaci, più diretti, ma meno imbarazzanti, meno impegnativi, meno invasivi di un discorso. “Beviamo un caff蔝 accompagnato da un certo non verbale, può significare: “Dai condividiamo questo momento, questo rito, voglio essere un sostegno, una compagnia, un affetto per te”. Oppure, con un altro adeguato non verbale, può voler significare: “Io ho voglia di un caffè e adesso vado a prendermelo, tu vieni con me perché tra i due chi decide di fare le cose sono io”. E’ chiaro che in entrambi i casi il messaggio di relazione potrebbe anche essere espresso a parole, ma risulterebbe un tantino fuori luogo, complesso e invadente. E’ per questo che il non verbale è così importante.

Certamente starete già  comprendendo dove sto andando a parare, del resto forse avrete già  fatto questi ragionamenti per conto vostro: tutta la messaggistica digitale si limita al verbale e quindi per il messaggio di relazione deve utilizzare o lunghi e complessi giri di parole o affidarsi a una serie di espressioni non verbali standardizzate, omologate, prive di sfumature e quindi alla fine pressochè inutili come le ”Dio ci perdoni“ faccine, “emoticons” e “emoji” in linguaggio tecnico (ma la sostanza non cambia). Che cosa succede allora? Succede appunto che abbiamo una serie di “voci”, parole, messaggi, che non sappiamo interpretare, che fraintendiamo sistematicamente, che ci risultano ambigui, equivoci, contraddittori. Non si capisce l’ironia o la si coglie laddove non c’è e quindi si sminuisce, si ingrandisce, si deforma, si legge ciò che si vuole leggere, si proietta, si parte per la tangente.

E’ a questo punto che vale la pena avvertire che qui non si vuole in nessun modo demonizzare lo strumento per la comunicazione digitale (sarei piuttosto ipocrita), soltanto si vuole suggerire: alla luce di queste circostanze, cerchiamo di osservare meglio il fenomeno e di proteggerci, di indirizzarlo in una direzione più sostenibile e utile per noi. Ogni volta che il nostro dito comincia a sfiorare lo screen teniamo conto di tutto quanto abbiamo detto, del fatto che siamo su un terreno minato, assicuriamoci che lo sappiano anche i nostri interlocutori e da qui partiamo, sperimentiamo: la comunicazione verbale d’altra parte è straordinaria, quando sa di non poter contare sul non verbale ha prodotto capolavori, qultimo accesso interno 2uesto è chiaro, l’importante è saperlo.

Il fatto è che gli strumenti digitali e la loro velocità , ci danno l’illusione di parlare dal vivo, anche se questo non sta avvenendo. E’ se stiamo parlando dal vivo che ci irritiamo se uno non risponde subito, ma se la comunicazione è scritta è giusto che un interlocutore abbia tutto il diritto di scegliere il suo tempo di risposta, il suo momento: può rispondere subito, ma anche no. Forse perché il messaggio di risposta necessita tempo, forse perché l’ha letto mentre sta attraversando la strada, forse sta aspettando il suo turno in qualcosa e poi il suo turno arriva!, forse semplicemente vuole far passare due ore per rispondere, per essere più calmo, per ponderare. Più urgente non significa più importante, vale la pena ricordarlo.

Infine l’aspetto forse più interessante e anche un po’ destabilizzante di tutto questo. Watzlawick si occupa così tanto di comunicazione perché pensa che essa non sia una delle tante cose che possiamo fare a questo mondo, ma perché pensa che sia un’attività  che in ultima analisi definisce chi siamo. Ai nostri messaggi di relazione l’interlocutore risponde sempre accettando, negando o ignorando la nostra proposta di relazione e quindi rispettivamente la conferma, ci aiuta a ricostruirla o la annulla. Mettendo assieme le relazioni che abbiamo con tutti quelli con cui comunichiamo viene fuori ciò che siamo: la nostra identità  è sostanzialmente questo. Quindi, non so come dirvelo, ma è proprio così: anche chattando o mandando messaggi definiamo una parte di noi stessi! Se siamo etichettati come ossessivi diventeremo ossessivi, se lo scambio di messaggi si omologa e standardizza noi stessi ci standardizzeremo, se riceviamo tanti “mi piace” (un’unità  minima di conferma) ci riempiremo di orgoglio, se veniamo sistematicamente ignorati perderemo fiducia in noi stessi.

Concludendo, quindi, continuiamo a usare questi mezzi straordinari, ma, ripeto, teniamo conto di tutto questo, ricordiamoci che ci stiamo giocando molto di noi, perciò restiamo con gli occhi ben aperti e il senso critico ben attivato.

Michele Vescovo