L’arte di prendere appunti

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Arrivi a casa e appoggi sul tavolo il quaderno con quanto sei riuscito a catturare della lezione e già ti vien da svenire. Hai scritto parole che non si capiscono, frasi che sembrano generate da una crisi schizofrenica, insomma un dedalo incomprensibile con freccette impazzite che vogliono sottolineare non si sa bene che cosa. Provi l’istinto di strappare i fogli, accartocciarli con cattiveria e lanciarli nel cestino sognando di essere un campione del NBA impensierito da quanti milioni di dollari è riuscito a pattuire il tuo manager nel nuovo contratto, Johnson o Stevenson, o come diavolo si chiama il manager, o meglio il nuovo manager, visto che ne hai cambiati quattro nell’ultima stagione. Dopotutto se entrassi nel NBA non avresti bisogno di studiare quegli appunti e nemmeno di andare ancora a scuola.

Purtroppo non sei un campione NBA, quindi rieccoti di fronte al problema dello studio. Della lezione di stamattina ti ricordi quattro cose fondamentali: (1) il tuo compagno di banco che ti ha raccontato di non trovare il caricabatteria dell’IPhone e per questo ha accusato te di averlo rubato o nascosto; (2) l’aeroplanino di carta lanciato dalla finestra e che ha cambiato traiettoria finendo sul parabrezza dell’auto del prof di matematica dove è rimasto sino alla fine della mattinata; (3) la cimice che ha volteggiato almeno duecento volte prima di decidersi di atterrare sull’armadietto in fondo all’aula (a proposito, che sia ancora lì?); (4) la pizzetta acquistata dal fornaio prima di entrare a scuola e che hai visto essere “pomodoro e formaggio” e non “prosciutto e funghi” come volevi.

L’attenzione in aula non può essere costante per una serie di fattori il primo dei quali è la nostra stessa mente che non è “progettata” per concentrarsi per troppo tempo e al 100% su un singolo stimolo.

Un secondo elemento importante è il mondo attorno che (proprio in ragione del punto precedente) attira l’attenzione sulla miriade di stimoli esterni che lo compongono, dalla luce del sole alla voce del bidello nel corridoio, dalla camicia a quadri della Prof alla sedia che ha una gamba più corta e dunque ha bisogno di un pezzo di carta piegato tremila volte per ovviare a quella fastidiosa instabilità. Ma ci sono pure gli stimoli interni, dal mal di pancia al prurito in testa, fino al pensiero del rischio di prendere un’insufficienza nell’interrogazione che si deve affrontare nella lezione seguente. Poi c’è il fattore stanchezza, fisica e mentale, che favorisce la distrazione e i disturbi della percezione, cioè gli ostacoli al sentire e vedere determinati da un’acustica o da un’illuminazione non adeguate, dal brusio di sottofondo, dalla tipologia di voce del docente e dalla sua di stanchezza.

Per tutti questi motivi la cosa migliore è concentrarsi sugli elementi fondamentali della lezione, riportandoli sul quaderno o block-notes che sia in modo tale da ritrovarli nel libro. Bisogna mettersi in testa che gli appunti sono appunti, non sono un sostituto del libro di testo, non potranno mai prendere il suo posto. Molti invece fanno questo errore dimenticando che solo leggendo argomentazioni, termini e strutture sintattiche nuove si impara, altrimenti si continua a rimescolare nella propria limitata minestra.

Nel corso della lezione ci saranno anche dei punti non chiari, in tali casi si dovranno segnare come note da approfondire senza dimenticare comunque la possibilità di chiedere al docente una ripetizione o un chiarimento. La comprensione di un argomento è la prima fase dello studio poiché una volta capito il concetto bisogna poi approfondirlo e quindi impararlo al fine di metterlo in pratica in sede di verifica o di esposizione orale. Non si perda tempo a colorare gli appunti, mentre si sceglie la tinta dell’evidenziatore si rischia di distrarsi e perdere una frase importante. Se vogliamo farci degli schemi per meglio ricordare e/o collegare fra loro gli argomenti facciamolo con calma a casa.

Gli appunti sono e rimangono l’inizio dello studio, il primo impatto che come accade quando si conosce una persona nuova… va approfondito senza fretta e superficialità.

Alessandro Fort
Psicologo formatore, scrittore e docente di Scienze Umane
fortalessandropensiero@virgilio.it – Facebook – Twitter

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