Fango, alberi e bambini felici

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Confessioni di un genitore che ha imparato a respirare

Tutto è cominciato con una frase che aveva l’aria di un segreto: “Sai che esistono progetti di educazione in natura? I bambini stanno tutto il giorno all’aperto.”

La mia prima reazione è stata un misto di entusiasmo genuino e terrore pratico. Entusiasmo perché l’idea di mio figlio libero all’aria aperta mi sembrava meravigliosa. Terrore perché immediatamente si è aperta una lista mentale: E se piove? E se fa freddo? E le scarpe? E i vestiti? E i germi?

Ha vinto l’entusiasmo, ho fatto qualche ricerca e ho scoperto il progetto Educare nel Bosco Preganziol: giornate educative nella natura, guidate da un’équipe preparata e accogliente, in cui i bambini esplorano, giocano e osservano il mondo che li circonda. 

Beh… Ci siamo iscritti ovviamente!

La questione del fango (ovvero: i nostri condizionamenti)

Primo giorno d’autunno: vado a prendere mio figlio e lui mi viene incontro con l’aria beata di chi ha vissuto un’avventura epica. Lo guardo. Il giubbotto è irrecuperabile. I pantaloni sembrano essere stati usati come attrezzo da giardinaggio. Le scarpe contengono una quantità di terra che avrebbe potuto riempire un vaso da fiori.

Ma poi lui mi ha guardato con gli occhi brillanti e mi ha detto: “Fai attenzione, ho costruito una spada!”, brandendo due bastoncini legati assieme con una piccola corda.

Ecco il momento in cui ho capito che il problema non era suo. Era mio. Noi siamo cresciuti con una serie di condizionamenti: non sporcarti, stai attento, non toccare, rimani pulito. Messaggi ripetuti così tante volte da diventare riflessi automatici. Sappiamo — razionalmente — che sporcarsi fa bene, che il contatto con la terra stimola il sistema immunitario, che il gioco libero è apprendimento puro. Ma tra saperlo e riuscire a non inorridire davanti al giubbotto c’è un abisso.

Il rischio calcolato: arrampicati, figlio, ma non troppo

Un giorno ho visto mio figlio provare ad arrampicarsi su una rete di corde sospesa a mezz’aria. Non era altissima ma per il mio sistema nervoso equivaleva a una parete verticale.

Ho guardato D., l’educatore. Lo osservava con attenzione, ma senza intervenire. Se chiedeva di essere aiutato, lui era lì, vicino, e lo incoraggiava a provare da solo, con quella calma che solo chi sa davvero cosa sta facendo riesce ad avere. Era evidente che sapeva che ce l’avrebbe fatta.

Ho tenuto la bocca chiusa. È stata una delle imprese più difficili della mia vita da genitore.

Mio figlio è salito. Ha trovato forza ed equilibrio. E poi è sceso da solo, soddisfatto come un alpinista che ha conquistato il Monte Bianco. E quella soddisfazione non gliela avrei mai potuta dare io, tenendolo per mano.

Questo è il cuore dell’educazione al rischio: non si tratta di esporre i bambini a pericoli inutili, ma di permettere loro di confrontarsi con situazioni gestibili, dove possano valutare, decidere, sbagliare in sicurezza. 

Emozioni, pianti e temporali

La natura non ha la temperatura giusta, non ha superfici morbide, non elimina i conflitti. A volte piove davvero. A volte ci si stanca e si vorrebbe tornare a casa. A volte si litiga con un amico per un ramo.

Come quella volta che mio figlio e una compagna volevano arrampicarsi sullo stesso albero: “Vado io!” “No, io!” “No, io!” “No, io!” “No, io!”…

S., l’educatrice, ha aspettato e poi ha solo suggerito “Forse se usate qualche parola in più vi potete spiegare meglio”. Nessuno che  risolvesse. Loro due, il problema, e il tempo per starci dentro. E alla fine, l’idea di prendere la clessidra per fare i turni.

Ho realizzato quanto spesso, come genitori, siamo abituati a tamponare le emozioni dei nostri figli prima ancora che le vivano davvero. Il pianto ci spaventa. Il conflitto ci mette a disagio. La frustrazione vogliamo risolverla subito. Ma i bambini che imparano a stare dentro una sensazione difficile sviluppano qualcosa di prezioso: la fiducia in se stessi.

Un giorno F., l’altra educatrice, è arrivata da me mostrandomi un video: “guarda come si è calato nella parte!” mi dice con tono divertito e affettuoso. 

Su un “palco” creato tra gli alberi, mio figlio travestito da signor Bigio – uno dei due conigli protagonisti del libro per bambini “Il litigio” – bisticciava e faceva pace, attraverso le scene del libro, con una compagna travestita da signor Bruno. 

Poi la spiegazione di F.: “In questo periodo i bimbi stanno sperimentando molto l’espressione della rabbia ed entrano spesso in conflitto, così abbiamo proposto di scegliere assieme un libro che parlasse di questo e… ci è venuta l’idea di metterlo in scena!”.

Un’attività nata dall’esperienza reale, non calata dall’alto. Non “adesso facciamo teatro”, ma un’osservazione attenta di quello che i bambini stavano attraversando, trasformata in linguaggio, movimento, gioco. L’équipe educativa aveva visto, ascoltato, e poi risposto. Non con una spiegazione, non con una regola, ma con un libro e un sipario. I bambini non sapevano di star imparando a gestire la rabbia. Perché quando sei tu il signor Bigio, capire cosa prova l’altro diventa naturale. Nessuno te lo ha spiegato, lo hai vissuto. 

Quello che ho imparato io 

Nessuno me lo aveva detto che iscrivere mio figlio a un progetto educativo in natura avrebbe cambiato anche me.

Siamo cresciuti in una cultura della sicurezza intesa come assenza di imprevisti. Abbiamo imparato che un buon genitore è quello che prevede, protegge, risolve. Ed è una responsabilità bellissima, ma può diventare una gabbia, per noi e per i nostri figli.

Osservare mio figlio muoversi nella natura, con tutta la sua imprevedibilità, mi ha restituito qualcosa di importante: la fiducia che i bambini sappiano crescere, che abbiano dentro di loro le risorse per farlo. Che il nostro compito non sia tracciare il percorso, ma accompagnare.

Non è un pensiero nuovo. Ma vederlo succedere davanti ai tuoi occhi, tra un ramo e una pozzanghera, è tutta un’altra cosa.

Un invito

L’altro giorno ho trovato delle ghiande in lavatrice. Un tesoro che mio figlio aveva raccolto nel bosco e messo in tasca.

Se anche voi volete trovare ghiande in lavatrice e cercate qualcosa che faccia crescere vostro figlio non solo in altezza ma in curiosità, autonomia e capacità di stare nel mondo, vi invito a scoprire il progetto Educare nel Bosco Preganziol, parte della rete nazionale Educare nel Bosco di CanaleScuola.

Se l’idea vi accende qualcosa, anche solo una piccola scintilla, vale la pena approfondire. I bambini, di solito, non hanno dubbi. Sono già pronti.

www.canalescuola.it/preganziol

@educarenelboscopreganziol

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