
Progetto Cinema – Scuola di una rete di Istituti Superiori di Treviso

Nelle giornate più piovose e fredde di questo inverno noi studenti degli istituti “Palladio”, “Alberini”, “Besta” e del Liceo Artistico abbiamo trovato riparo nelle accoglienti sale del cinema Edera e del Cinemazero di Pordenone per fare esperienza di vite completamente diverse dalla nostra. Ci siamo infatti scontrati con culture lontane, diventate sempre più vicine.
Il progetto a cui abbiamo aderito è “Visioni. Io, il corpo, lo spazio”, proposto da una rete di istituti superiori di Treviso, con capofila l’IIS “Palladio” (responsabile scientifico Prof. Giovanni De Roia), nell’ambito dei bandi CinemaScuola LAB della piattaforma CIPS, Cinema e Immagini per la Scuola, gestita dal MIM e dal MIC, progetto (ancora in corso) che ha previsto delle giornate formative, dei momenti laboratoriali e la realizzazione di due cortometraggi, documentario e di finzione, con il supporto di veri e propri professionisti del cinema.
Le giornate formative sono cominciate al cinema Edera con la visione di Brotherhood di Francesco Montagner, un documentario che ripercorre la storia di tre fratelli bosniaci che crescono in un contesto familiare difficile, segnato da un padre severo che deve andare in prigione per due anni, abbandonando così i figli. Successivamente c’è stata la visione di Gli oceani sono i veri continenti di Tommaso Santambrogio, film ambientato a Cuba che, in tre filoni paralleli, esplora il tema della separazione nella giovinezza, nell’età adulta e infine nella vecchiaia. Nonostante fossero un documentario e un film di finzione, il loro linguaggio profondamente realistico e poetico ci ha reso partecipi in prima persona dei sentimenti dei protagonisti, comprensione che è aumentata dal confronto che abbiamo avuto con i registi dopo la visione dei film, registi a cui abbiamo posto domande su ciò che ci aveva colpito.
Da Brotherhood è emersa una riflessione su cosa vuol dire vivere in un paese che non offre lo stesso benessere a cui molti di noi sono abituati, dove la libertà di scegliere sul proprio futuro è tarpata dal dovere verso la famiglia, nello specifico verso un padre che non lascia nulla di impunito. Abbiamo constatato come, nonostante siamo cresciuti in un contesto completamente diverso da quello dei fratelli protagonisti, alcuni di noi si rispecchino in loro, nella difficoltà delle decisioni che prendono sulla loro vita, se accettare un destino imposto o allontanarsi senza guardarsi indietro.
Per Gli oceani sono i veri continenti abbiamo discusso sulla poetica del film, che pervade ogni scena. Le metafore offerte dalla storia sono profondamente significative e allo stesso tempo in grado di arrivare immediatamente alla nostra coscienza. Parlano di Cuba, la cui forza vitale è accompagnata da un sentimento malinconico che entra nelle vite dei personaggi. La pioggia diventa protagonista, rispecchia la rabbia, la tristezza, porta via con sé i ricordi che non si riescono a lasciare andare.
La seconda giornata formativa si è svolta il giorno dopo all’istituto “Palladio”, dove abbiamo ragionato maggiormente sul linguaggio del cinema, sulla tecnica, su cosa volevamo comunicare noi attraverso il prodotto che stiamo realizzando. A parlare con noi ancora una volta è stato Francesco Montagner che ci ha inizialmente guidato nell’interpretazione del suo corto Asteriòn, da un punto di vista non solo simbolico ma anche tecnico, raccontandoci il dietro le quinte della produzione e i vari processi della post-produzione. Seguito da Riccardo Costantini, direttore del Pordenone Docs Fest, che ha presentato il festival e le sue iniziative e ci ha fatto comprendere l’importanza che hanno i documentari per far arrivare realtà “scomode” alla nostra attenzione. Con Paola Brunetta, critica cinematografica e docente di materie letterarie presso il Liceo Artistico, abbiamo affrontato il tema del corpo della donna guardando e poi riflettendo sul terzo episodio del film Signore & Signori di Pietro Germi. Tema che abbiamo rivisto anche nel corto d’animazione The Meat Seller di Margherita Giusti. Nell’ultima parte della giornata, la parola è stata passata a noi. Ci siamo aperti riguardo al rapporto che viviamo con il nostro corpo, e a come siano fortemente nocive le piattaforme, che influiscono sulla percezione di noi stessi e favoriscono l’alienazione.


A distanza di un mese siamo andati al Pordenone Docs Fest per concludere il ciclo delle giornate formative con due documentari, The Longer You Bleed di Ewan Waddell che racconta l’impatto che ha avuto la guerra in Ucraina sulle vite degli abitanti delle zone colpite, come Liubov Dyvak, protagonista e produttrice del documentario, che insieme ad altri suoi coetanei è stata costretta a scappare dal suo paese e a rifugiarsi a Berlino, vivendo gli orrori del conflitto attraverso uno schermo; e Il castello indistruttibile di Danny Biancardi, Stefano La Rosa e Virginia Nardelli, che segue la storia di tre bambini della città di Palermo che creano, all’interno di un edificio abbandonato, una propria dimensione segreta di gioco e sperimentazione. Alla fine di entrambe le proiezioni i registi sono stati disponibili a rispondere alle nostre domande, che hanno chiarito ulteriormente il messaggio dei film.
The Longer You Bleed ha come obiettivo quello di smuovere le nostre coscienze in merito alla percezione che si va a creare della guerra, ora che i social sono diventati la principale fonte di informazioni. Sebbene i protagonisti del film abbiano vissuto i catastrofici eventi in prima persona, ora anche loro si sentono anestetizzati di fronte a ciò che sta succedendo. Le immagini, le notizie non si arrestano mai, e questo flusso continuo non dà alle persone il tempo di elaborare. Ci siamo chiesti quale potrebbe essere una possibile soluzione a tutto questo, se per forza bisogna arrendersi ad andare avanti con la propria routine, sentendosi in colpa per non fare di più. Questo punto interrogativo rimane sospeso.
Per Il castello indistruttibile molti di noi si sono identificati con l’esperienza di quei tre bambini. Abbiamo riportato alla memoria i ricordi di quando anche noi, da piccoli, costruivamo i nostri fortini che diventavano dei luoghi idilliaci in cui l’adulto non poteva raggiungerci, dove era possibile esprimersi lontani dal giudizio. È stato portato alla luce anche il tema del futuro, che i bambini sembravano rifiutare. Questa caratteristica sembra essere propria delle persone che crescono in un contesto malavitoso come la periferia di Palermo. È come se saltassero uno step, quello dell’adolescenza, poiché per via del livello di pericolo a cui devono far fronte viene richiesto loro di diventare grandi, di assumersi delle responsabilità, crearsi le loro difese. Per questo il finale in cui tutta la favola si infrange, lascia l’amaro in bocca: si percepisce la fine dell’infanzia, e dell’innocenza.
Quest’opportunità è stata determinante sotto moltissimi punti di vista. Siamo abituati, soprattutto noi ragazzi, a consumare video, film, contenuti di qualsiasi tipo senza mai soffermarci veramente a pensare di che cosa siamo davvero testimoni. Entrare in contatto con i registi delle opere, parlare con loro, farci ascoltare è stata un’esperienza importantissima. Ci ha fatto rendere conto che quello che abbiamo visto è frutto di vero impegno, di una forte volontà a non fermarsi in superficie ma a realizzare qualcosa che tocchi sul serio l’essenza umana. Qualcosa che susciti delle domande nello spettatore e stimoli la ricerca di risposte.
Claudia Tonon
Classe 5E – Liceo Artistico Statale di Treviso























