La repressione del dissenso

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Dalla piazza al web, il caso Kenya

Quando si sente parlare di repressione del dissenso, le prime immagini che giungono alla mente sono le violente scene di respingimento di persone scese in piazza, che vengono violentemente silenziate tramite guerriglie e impetuosi attacchi armati.

Nell’epoca del digitale e di internet, alle strade e alle piazze si sono aggiunti i più diffusi spazi virtuali nei quali si organizzano efficaci manifestazioni di dissenso, talvolta anche più immediate e con un’eco più rumorosa, specie tra i giovani, principali fruitori di queste piattaforme. Ed è proprio lì che, così come in piazza, le organizzazioni governative o le forze dell’ordine pianificano una forte repressione, dai connotati non meno violenti, seppur senza l’utilizzo di armi.

A partire da giugno 2024, in Kenya (così come in molte aree del pianeta) moltissimi giovani identificati anagraficamente come “generazione Z” hanno dato vita a una mobilitazione collettiva e continuativa, per manifestare contro la corruzione, una legge fiscale giudicata insostenibile, ma anche per denunciare questioni e fenomeni sociali di forte impatto come l’alto numero di femminicidi.

Le autorità hanno organizzato un sistema di repressione fisica delle proteste, che si è poi esteso anche a una forte ed efficace campagna soppressiva sul web.

Amnesty International ha rilevato la creazione di profili falsi da parte di funzionari pagati dal governo, che hanno messo in pratica un’azione coordinata di post, notizie false, hashtag come #ToxicActivists, ma anche minacce online, campagne diffamatorie, sorveglianza illecita. L’obiettivo è stato quello di occupare sempre di più lo spazio che i giovani si sono ritagliati anche online per manifestare, sovrastandoli numericamente e accreditandoli come “tossici”. È cominciata una vera e propria “caccia agli attivisti”, per poter censurare i loro profili, screditarli, e mettere a tacere le loro voci.

Le tecniche di diffamazione non hanno previsto solo insulti, bensì narrazioni studiate e convincenti per entrare in “tendenza” nei social come Instagram o X, presentare gli attivisti come “pericolosi”, “corrotti”, e giustificare i conseguenti arresti, sparizioni forzate. A luglio 2025 si contano circa 3000 arresti e 83 sparizioni forzate legate a tale fenomeno.

All’azione di diffamazione si sono unite minacce personali di morte e violenza, denunciate da giovani intervistati da Amnesty International e attivi su ogni tipo di piattaforma (TikTok, Facebook, WhatsApp, X…), a cui spesso seguivano delle conseguenze fisiche. Alcuni di loro parlano di veri e propri assedi psicologici che “ti portano via la scintilla, la gioia, la tua persona”.

Sono stati registrati casi di sorveglianza telefonica, che si sospetta possa aver coinvolto anche i maggiori enti telefonici del paese, i quali negano di aver fornito i dati degli utenti oltre i limiti consentiti dalla legge, nell’ambito di un processo che appare come molto lungo e complesso, che vede il governo respingere ogni accusa.

Ma per Amnesty il quadro è chiaro: è necessario fermare immediatamente la violenza di Stato, le campagne di trolling sponsorizzato, la disinformazione contro le voci critiche. E occorrono indagini indipendenti su sparizioni, omicidi e sorveglianza illegale. Perché, conclude il rapporto, nessuna democrazia può dirsi viva se chi la difende deve farlo nell’ombra, temendo ogni giorno di essere la prossima voce a essere fatta tacere.

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