
Social, chat e messaggi fanno parte della vita quotidiana di tutti noi, ma il loro utilizzo richiede alcune cautele.
Dietro uno schermo, infatti, può nascondersi chiunque e non sempre chi ci contatta online è chi dice di essere; per questo è necessario prestare attenzione e non confidare mai informazioni personali, soprattutto quando non si ha la possibilità di verificare l’identità della persona con cui si interagisce.
Tuttavia anche condividere le proprie password con amici o fidanzati è molto pericoloso: significa accettare il rischio che altri possano accedere ai nostri spazi virtuali e appropriarsi dei contenuti, facendoci così perdere il controllo dei nostri account.

Un accesso non autorizzato, infatti, può portare a furti di identità, manipolazioni o alla diffusione di dati privati e sensibili.
In particolare, massima attenzione deve essere prestata all’invio di foto e video intimi: una volta condivisi, infatti, non sarà possibile avere il controllo sulla loro circolazione, soprattutto online, dove potrebbero essere divulgati e resi accessibili ad un numero indeterminato di utenti.
In ogni caso, la diffusione di immagini intime, anche tra minorenni, è un reato grave, non uno scherzo; dal compimento degli anni 14 si risponde penalmente dei propri comportamenti e la legge sanziona severamente chi diffonde immagini altrui senza consenso.
L’articolo 612 ter del codice penale (c.d. Revenge Porn) prevede la reclusione in carcere da uno a sei anni e la multa da euro 5.000 a euro 15.000 per chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde immagini o video a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, senza l’autorizzazione delle persone rappresentate.
La stessa pena si applica anche a chi riceve o comunque viene in possesso delle immagini o dei video e, a sua volta, li invia, li consegna, li cede, li pubblica o li diffonde senza il consenso delle persone riprese al fine di recare loro un danno, anche solo reputazionale.
Inoltre la pena è aumentata quando il fatto è commesso come atto di odio o di discriminazione o di prevaricazione o come atto di controllo o possesso o dominio su una donna o in relazione al suo rifiuto di instaurare o mantenere un rapporto affettivo o come atto di limitazione delle sue libertà individuali.
Chat e messaggi possono trasformarsi così in strumenti per esercitare pressioni o minacce e diventare meccanismi di controllo e indebita sorveglianza, che rappresentano forme di violenza, anche se digitale.
Difendersi è un diritto e chiedere aiuto è una dimostrazione di maturità, non una debolezza.
Spesso chi subisce pensa di essere in colpa, ma la responsabilità è sempre di chi viola la fiducia: parlarne con un familiare, con un insegnante o con un Centro Antiviolenza può fare la differenza.
Proteggere la propria privacy significa proteggere se stessi e chi ci sta vicino, oggi e nel futuro: usa gli strumenti della rete con libertà, ma anche con consapevolezza e responsabilità.
AVV. Francesca Donadon
Centro Antiviolenza Telefono Rosa di Treviso
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