Studiare l’antropologia mi ha fatto capire un aspetto che spesso trascuriamo: l’essere umano non è mai rimasto fermo, ma è sempre stato in continuo movimento, evolvendosi passo dopo passo. Dai primi ominidi che impararono a scheggiare la pietra all’Homo erectus che scoprì il fuoco, fino all’Homo sapiens capace di linguaggio, simboli e cultura. Ogni progresso è stato una risposta a nuove esigenze. I nostri predecessori si adattavano per sopravvivere: cambiavano abitudini quando il clima mutava, inventavano strumenti di fronte a nuove sfide, si spostavano quando un territorio non bastava più. In relazione a ciò l’antropologia ci mostra chiaramente che la nostra storia è fatta di scelte e adattamenti continui e non di eventi casuali.

Se un tempo l’uomo doveva affrontare glaciazioni, predatori e migrazioni, oggi le finalità sono completamente diverse. Viviamo in un mondo in cui la tecnologia cresce più rapidamente di quanto riusciamo a comprenderla, in cui le informazioni ci raggiungono prima ancora di avere il tempo di prenderne visione e rifletterci; ciò fa sì che la realtà subisca continui mutamenti. Tale situazione fa pensare che siamo diventati una nuova specie culturale: un “Homo sapiens digitale” che non deve imparare ad accendere un fuoco ma a spegnere le notifiche, non lotta contro animali selvaggi ma contro l’eccesso di stimoli, non costruisce solo rifugi fisici ma anche spazi mentali in cui trovare un equilibrio.
Guardare indietro ci aiuta a capire meglio il presente. I nostri antenati non avevano libri, telefoni o internet: dovevano osservare la natura, ascoltare chi era più esperto di loro, collaborare per sopravvivere. Il sapere veniva trasmesso con gesti, parole, simboli e storie. Oggi, invece, la conoscenza ci arriva ovunque, in ogni momento, sotto forma di immagini, messaggi e notifiche. Abbiamo più strumenti ma spesso meno tempo per riflettere, il rischio è dimenticare la profondità delle relazioni e il valore del silenzio, della concentrazione, della riflessione. La vera sfida moderna è imparare a fermarsi, osservare, scegliere cosa è davvero importante e sfruttare al meglio le informazioni in nostro possesso.
Pensiamo, inoltre, alle nuove piazze digitali: social network e chat dove molti giovani oggi si incontrano; questi strumenti permettono di restare in contatto e condividere esperienze, ma possono diventare insidiosi. La ricerca di approvazione, la velocità delle informazioni, la difficoltà nel distinguere ciò che è reale da ciò che è costruito, mettono alla prova la nostra capacità di giudizio e il nostro equilibrio emotivo. Così come i nostri antenati dovevano muoversi in ambienti ostili, anche noi dobbiamo imparare a orientarci nel mondo digitale, imparando a usare gli strumenti con consapevolezza.
La tecnologia, se usata con attenzione, può arricchirci, permetterci di conoscere altre culture, di collaborare con persone lontane e di imparare continuamente, ma resta un mezzo non un fine. Il vero progresso non si misura dalla velocità delle connessioni o dalla quantità di dati che possediamo ma dalla profondità delle scelte che facciamo, dalla capacità di usare gli strumenti senza esserne dominati, dal modo in cui manteniamo la nostra umanità.
Alla fine, ciò che ci rende umani rimane il desiderio di comprendere, di migliorare, di costruire relazioni autentiche e di lasciare un segno. Tra la pietra che i nostri antenati impugnavano e i pixel che scorrono davanti ai nostri occhi, corre un filo invisibile che unisce al passato e ci guida nel presente. Saperlo riconoscere, rispettarlo e viverlo è forse il più grande obiettivo della nostra epoca e sta a noi trasformare il mondo senza perdere ciò che ci rende davvero esseri umani.
Sofia Stornaiuolo classe 3^A






















