L’autunno, puntuale come il pianto

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Il negozio quello in centro, lì nell’angolo, a fine agosto è ricco di asciugamani e bavaglini di tutte le fantasie.
Lei sta passeggiando fiera con il passeggino “lato mondo” mentre canticchia “nella vecchia fattoria”. Nella lista di oggetti da portare al nido ci sono bavaglini e asciugamani, “contrassegnati da nome e cognome”.
Finalmente arriva il momento di entrare in quel negozio a scegliere qualche set colorato e il font con cui far ricamare le iniziali O.Z.

Fieri dei nuovi acquisti mamma e papà ripongono tutto in uno zaino pronto da portare con sé il 2 settembre, primo giorno di ambientamento.

Una mezz’ora in compagnia, cosa vuoi che sia? Le palline della sezione sono così tante e invitanti! Tutto bene.

Al terzo giorno la piccola entra attratta dai tanti giochi, “mamma ci vediamo tra mezz’ora”.
Eccolo che arriva; puntuale come il primo giorno di autunno: il pianto.

Eppure in quel negozio, con tanti set colorati, chi ci pensava al pianto?

Ma – il – primo – giorno – è – andata – benissimo!

L’educatrice prontamente cerca di spiegare a mamma e papà che è un’emozione esattamente come le altre e va accolta, proprio per spiegare alla piccola che si è concessa alla puntualità delle lacrime, che va bene vivere anche la malinconia, dalla quale, sempre, nascono grandi spunti di crescita e sorrisi sinceri.

Mamma e papà non riescono proprio ad essere soddisfatti della risposta, fanno fatica a credere che poi questo pianto diventerà una costruzione colorata o un libretto sfogliato e la nuova amicizia stretta in sezione.

Al mattino c’è difficoltà a staccarsi, a passare i bimbi tra le braccia della maestra, i primi giorni anche per mamma e papà gli occhi si fanno lucidi, quello sguardo che segue la porta che si chiude: come a sancire un patto, quell’accordo silenzioso tra il bisogno di dover tornare a lavoro e il grande desiderio di trascorrere più tempo possibile con il proprio piccolo.

C’è chi tergiversa dall’armadietto cercando una risposta appesa al gancio per il giubbottino e chi prima di uscire da scuola aspetta in corridoio, per sentire se il pianto dentro in classe si placa.

Ce – la – farà – la – maestra – a – calmarlo?

Ed ecco che appena la portiera dell’auto si chiude, si fa autunno. Puntuale.

Il pianto anche per mamma e papà.

Fazzoletto, l’ultimo, perso dentro al portaoggetti e il pensiero come un filo diretto torna dentro a quella classe.

Il pianto impaurisce e scatena un sacco di emozioni diverse sia per chi lo sta provando sia per chi sta cercando di accoglierlo.

Accogliere il pianto è fondamentale, basilare.


Significa che dietro a quel bambino che ha accettato l’autunno, c’è una storia, un’emozione, una grande conquista che sta premendo, un’autonomia che si sta facendo spazio.

L’educatrice non ha il compito più facile, ma ha assolutamente il più prezioso, quello di avvicinarsi a quella mamma che cerca una risposta dentro all’armadietto e farla sentire al sicuro, accogliere con un sorriso quel papà che pur di stare un altro po’ con il proprio cucciolo, arriva in ritardo.

Il pianto è tanto.

Il pianto è tutto.

Ed è così che si fa ottobre, gli ambientamenti sono terminati e il distacco non è più così carico.

Ma il pianto c’è ancora e ci sarà anche a luglio.

Non perché l’ambientamento non sia andato bene, ma perché ogni bambino ha imparato a riconoscerlo e anche la sua educatrice.

Oggi vuol dire ho fame, domani sono triste, tra due giorni ho sonno e così via…

Piangere vuol dire comunicare.

Piangere vuol dire vivere: è quello che ci fa nascere.

Piangere vuol dire io sono io, tu sei tu e io e te assieme siamo noi; ti identifico, ti riconosco, ti voglio bene, ti vorrei sempre con me… ma so anche cavarmela da solo e quelle lacrime sono anche segno di conquista di aver accettato l’autonomia.

L’autunno si fa carico di foglie colorate, di nuove famiglie, di nuovi pianti… e di certezze puntuali, come quell’ultimo fazzoletto su cui far ritornare il sole.

Scuola dell’infanzia e nido integrato Carmen Frova – Treviso

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